L'antiburocratese

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a cura di Massimo Arcangeli

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Quasi mezzo secolo fa Italo Calvino, in una nota parodia del linguaggio burocratico, parlò di antilingua, immaginando che un indagato, interrogato da un brigadiere, chiarisse così la sua posizione:

Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata

e il brigadiere così battesse sulla sua macchina da scrivere quella deposizione:

Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante.

Oggi gli effettuare per fare, i recarsi per andare, gli impianti termici per stufe, e via di questo passo, non sono più un problema. Percorrendo la via tracciata da certe sciatte, banali, improbabili proposte semplificatrici, anzi, si potrebbe rischiare di cadere dalla padella nella brace. Eppure il problema del burocratese e dei suoi “cugini” (il giuridichese, l’aziendalese, lo scolastichese, ecc.) esiste. La vera questione sta nella sclerotizzata astrusità di termini, formule, espressioni di ben altro tenore rispetto a recarsi o effettuare, risiede nell’insostenibile pesantezza di un’informazione e una comunicazione istituzionale superflue, pigre, autoreferenziali. Problemi solo in parte risolti dai codici e manuali di stile circolati negli ultimi vent’anni; alcuni frutto dell’impegno personale di ben quattro ministri che, malgrado gli sforzi, non sono però riusciti a mantenere la promessa di una rivoluzione copernicana in materia di lingua della pubblica amministrazione.

Insomma, pretendere di bandire da un atto pubblico centinaia e centinaia di voci soltanto perché situate fuori del piccolo recinto dell’italiano basico è una cosa, provvedere all’eliminazione di arcaismi o snobismi come all’uopo o testé, de cuius o de facto, impossidenza o condizione ostativa, è un’altra cosa. Qui si deve parlar chiaro. E le istituzioni, in particolare, hanno il dovere di rendere quanto più trasparente possibile il dettato dei documenti da esse prodotti e destinati a noi cittadini, così da rispettare il nostro diritto di comprenderli.