Esame di Stato

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Classici del Novecento

20/12/2014
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Per definire che cos’è un classico il primo riferimento che viene in mente è il saggio di Italo Calvino Perché leggere i classici (Milano, Mondadori, 1991) al quale si rimanda per una piacevole quanto istruttiva lettura. Tra le molte definizioni di classico presenti in questo libro una si attaglia al caso nostro, ed è quella in cui l’autore scrive che “il tuo classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui”. Antico e moderno – in questa definizione di classico – sono più o meno equivalenti, nel senso che anche uno scrittore vicino a noi nel tempo può entrare a far parte di questa categoria di autori universali: un evergreen della letteratura, insomma, che ci accompagna alla scoperta di temi e questioni che sono indipendenti dal contesto di una letteratura esclusivamente nazionale.

Certo, il tema di maturità, propone – ad esempio nella tipologia A – testi di autori italiani, quasi sempre classici nel modo più tradizionale del termine: storicizzati da una lunga tradizione critica; collocati all’interno di movimenti e correnti; dotati di una loro consolidata fama nel panorama dei grandi della poesia o del romanzo. Così Pirandello e Svevo, Ungaretti e Montale sono inequivocabilmente riconosciuti come dei classici del Novecento perché hanno affrontato e attraversato tutti i grandi temi del loro tempo: la crisi del soggetto e la dissoluzione del personaggio-uomo; la ricerca di un’identità smarrita nel convulso mondo della società in continua e inarrestabile trasformazione; il senso di smarrimento e di inettitudine davanti all’ambizione, all’ipocrisia, alla sfrenata volontà di affermazione della classe borghese; ma anche i drammi delle due guerre mondiali, della dittatura fascista, del dopoguerra e della ricostruzione.

E lo hanno fatto sempre guardando alla dimensione europea e a una valenza universale del loro messaggio tessendo legami con le suggestioni culturali della psicologia e della psicanalisi (Pirandello che legge il libro di Alfred Binet Les altérations de la personnalité; Svevo che legge e traduce alcuni articoli di Freud), con la poesia d’avanguardia (Ungaretti lettore di Mallarmé e dei simbolisti; Montale che attraversa il “contingentismo” di Boutroux), con il contesto letterario contemporaneo.

Molto diverso è invece il caso di figure scolasticamente meno conosciute a causa dei tempi stretti del programma, eppure già inquadrate come autori che potrebbero e dovrebbero essere annoverati come classici nel loro genere. Come collocare ad esempio i romanzi di Federigo Tozzi che ripercorrono con grande sensibilità le problematiche della narrativa psicologica primo novecentesca, oppure la vicenda editoriale di Tomasi di Lampedusa, solitario autore di un capolavoro come Il Gattopardo? E sul versante della poesia: quanto è classico, a suo modo, un libro come i Canti orfici di Dino Campana?

Ma nel Novecento abbiamo avuto anche un classico “per forza” e “per forma”: uno come Umberto Saba che scrive un libro di poesie e lo intitola Canzoniere è, per forza di cose, un vero classico. Se poi le poesie che compone sono ballate, sonetti, odi e canzonette alla maniera di Petrarca e Metastasio, allora anche l’equilibrio formale e la veste metrica rendono classico tutto l’impianto dell’operazione: Saba volle insomma essere tale fin dall’inizio, scartando le ipotesi innovative dell’avanguardia per riprendere i modelli antichi della nostra poesia. Amava l’equilibrio e l’armonia, l’eleganza della semplicità: anzi le andava ricomponendo dentro un’umanità devastata da nevrosi moderne, complessi, colpe ancestrali, conflitti familiari.

La categoria del classico è stata associata a quegli scrittori che hanno trovato già un pieno riconoscimento nei libri di testo, nei manuali scolastici e nelle storie della letteratura: eppure diciamo che Simenon è un “classico del romanzo giallo” o che Isaac Asimov è un classico della fantascienza, contravvenendo con ciò ad una regola critica che forse ora ci appare un po’ troppo stretta, adatta magari per i grandi della letteratura ma inapplicabile sui cosiddetti “minori”. La distanza temporale poi ha reso classici anche quelli che con le regole dell’armonia prestabilita avevano poco a che fare, e un libro meraviglioso come L’Antirinascimento di Eugenio Battisti (Milano, Feltrinelli, 1962) ne mise in luce gli aspetti più significativi: di contaminazione, di rottura e di convivenza tra le forme e gli stili della tradizione con quelli bizzarri dell’innovazione e dell’avanguardia.

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