La parola al traduttore

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I «Cavalos-do-rio» angolani: la parola a Daniele Petruccioli

8 novembre 2011
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il libro dei fiumiTradurre Luandino Vieira, scrittore angolano di lingua portoghese, è una brutta gatta da pelare. Dalle sue parti, per il modo che ha di lavorare la lingua, lo paragonano a Joyce. Molti scrittori lusofoni africani, del resto, hanno un rapporto conflittuale con la lingua dell’ex colono. Tendono a trattarla male, un po’ per vendicarsi dei torti subiti un tempo, forse, ma anche per piegarla alla loro personale ricerca di identità linguistica. Quando si traducono, quindi, si fa una gran fatica. Ma si hanno anche le soddisfazioni più belle. Quasi all’inizio del primo romanzo di Luandino che ho dovuto tradurre – O livro dos rios (Il libro dei fiumi, uscito per Albatros nel 2010) – l’autore, per descrivere un certo fiume, usa la seguente frase: Rio cego, rio lento depois, ambaquizado, cheio de cavalos-do-rio… In questa frase ci sono due parole che non si trovano nei dizionari. La prima, ambaquizado, è spiegata in glossario dall’autore stesso: ambaquizar è un regionalismo angolano, viene da una delle lingue nazionali africane dell’Angola, il kimbundo, parlato nella regione della capitale Luanda, e vuol dire: tornar gongórico, retórico. L’altra è cavalos-do-rio, letteralmente “cavalli di fiume”. Ma che roba è? Nel Dicionário Houaiss da língua portuguesa, uno dei migliori in circolazione, cavalo-do-rio rimanda a cavalo-d’água, un essere mitologico che vive nel São Francisco, fiume brasiliano che separa gli stati nordestini di Bahia e Pernambuco, la cui principale occupazione è quella di assalire e distruggere le barche che transitano sul fiume. Poco a che fare con l’Angola, quindi. Dunque che fare? Cerca che ti ricerca, a un certo punto, su un sito angolano, trovo l’espressione in questione messa come didascalia a una bella foto di due ippopotami. Non potevo credere di essere stato così idiota. Ma certo, era ovvio! Ippopotamo vuol dire esattamente quello: cavallo di fiume. Ma se in Angola l’espressione è abbastanza comune da essere messa in didascalia alle foto pubblicate su internet, una traduzione letterale sarebbe stata altrettanto comprensibile al lettore italiano? È vero che i lettori italiani sono certamente meno deficienti del sottoscritto, ma se il legame non mi era saltato agli occhi nonostante i miei studi classici, forse nella nostra cultura il collegamento non è poi tanto ovvio. E poi come tradurre quel sostrato appunto barocco, quella commistione di neologismo e modo di dire, di radici greche e kimbundo? La soluzione è arrivata dall’altro termine, ambaquizar, quel “rendere barocco”, come spiega l’autore stesso. L’orizzonte del brano era epico, lo stile barocco… Forse si potevano unire le due cose inserendo due neologismi, magari provando a profumarne uno con qualcosa del linguaggio parlato e l’altro con un grecismo smaccato, appunto barocco. Alla fine il risultato è stato questo: Fiume cieco e poi lento, imbarocchito, potamo pieno d’ippi…

©Daniele Petruccioli

 

Commenti | 7 risposte

  1. imbarocchito è una soluzione ottima, potamo pieno d’ippi mi lascia perplesso, personalmente avrei preferito un’espressione meno ricercata ma più comprensibile.

  2. Caro Francesco,

    con il suo avverbio ‘personalmente’ ha sottolineato un punto secondo me importantissimo: la mano del traduttore. Certo ci sono molte soluzioni diverse, e chi traduce sceglie quella che gli sembra più adatta. Se ad esempio avessi tradotto letteralmente con ‘cavalli di fiume’ avrei operato una scelta che andava nella direzone da lei auspicata, e avrei conservato anche un’immagine evocativa. Il punto è che secondo me (ahi, ci risiamo), la prosa di Luandino non è evocativa, bensì oscura in senso trobadorico, vorrei dire (nel senso cioè del ‘trobar clus’). Poi devo dire che per la mia formazione (ahi, di nuovo) ‘potamo’ e ‘ippi’ sono parole perfettamente comprensibili. Ma, di nuovo, _per me_. E dunque il punto – giustissimo – che lei solleva è questo: Il libro dei fiumi è il Luandino Vieira di Daniele Petruccioli, così come Bach suona diverso a seconda dell’interprete. C’è chi preferisce l’interpretazione di uno, chi quella di un altro, ma sempre di Bach si tratta.
    Grazie per aver sollevato un punto che mi sta particolarmente a cuore, e di cui spero di poter discutere altrove in maniera più diffusa.

  3. Secondo il mio (modestissimo) parere è un’ottima resa, che riesce a rendere non solo il significato esteriore (anche se in modo “indiretto” e non immediato per i non grecisti) ma anche e soprattutto le sue implicazioni. È una scelta che per me riesce a trasmettere «quella commistione di neologismo e modo di dire, di radici greche e kimbundo»: se è stato paragonato a Joyce, che soppesava ogni parola, non vedo perché accontentarsi di un’espressione meno ricercata.
    Inoltre, da quanto ho capito, non è un libro destinato a un lettore pigro; a ogni modo «potamo» su Google si trova in due secondi (ho provato), e «ippi» ci si può arrivare anche senza cercare alcunché. Non solo, ma questa piccola ricerca ci permette di scoprire qualcosa di nuovo: seppur si tratti di poca cosa, è comunque un qualcosa in più, una curiosità (sarà che sono fissato sulle parole e che non ci avevo mai pensato, ma ho trovato interessante scoprire l’etimologia di “ippopotamo»).

  4. Gentile Daniele,
    parlo da lusofonista e premetto che non ho – ancora – letto “o livro dos rios” in lingua originale.. Come sappiamo, la tendenza degli scrittori lusofono-africani è proprio quella di inserire neologismi creati dal kimbundo. Come in Ondjaki, che oltre a creare neologismi, ci mette anche la sua personale “traccia”.

    Come studente e traduttrice a cui piace innovare nella traduzione, ammiro la Sua scelta. Tuttavia, da appassionata della lingua portoghese, mi rammarico sempre della poca diffusione della letteratura lusofona qui in Italia. Per questo, preferirei “avvicinare” un po’ le opere al lettore, piuttosto perdendo il rimando greco di “potamo pieno d’ippi”. D’altronde, come dice Lei, per i parlanti lusofoni “cavalos-do-rio” è solo un sinonimo per “ippopotamo”, quindi non mi sarebbe sembrato così strano tradurre solo con “ippopotami”.
    Di nuovo torniamo sul personale, anche se la mia idea deriva proprio dal desiderio di diffondere un po’ di più queste culture così affascinanti.

    • Cara Irene,
      grazie mille per il suo commento. Sulla tendenza generale degli scrittori luso-africani sono d’accordo solo in parte: ogni scrittore ha il suo stile e anche il suo modo tutto personale di creare neologismi, che non generalizzerei: a mio modesto parere Ondjaki e Luandino (ma ci metterei anche Mia Couto, forse il creatore di neologismi per antonomasia, anche se ovviamente non dal kimbundo, trattandosi di un mozambicano) lavorano in maniera molto diversa anche da questo punto di vista.
      L’auspicio di rendere la letteratura lusofona meglio conosciuta nel nostro paese ovviamente ci accomuna, ma le preferenze secondo me non devono limitarsi a un sintagma: si traduce un intero testo. E nell’economia del Libro dei fiumi, sono convinto di avere fatto le scelte da lei auspicate, anche se magari non negli stessi punti di Luandino. In alcuni punti, tanto per dirne una, ho addirittura usato sintagmi danteschi (ovviamente per Luandino si trattava di andamenti alla Camões, ma lì ho appunto ritenuto possibile, anzi auspicabile, fornire al lettore italiano richiami culturali dal sapore più ovvio per lui). Qui invece mi serviva un cortocircuito colto, alla Joyce. Traducendo grandi scrittori come questi non si può rinunciare a nessuna strategia. Il problema è farlo nella giusta misura. Come sempre, è una questione di dosaggio.

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