La parola al traduttore

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La sporta della speranza

13 dicembre 2011
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AltroveCi sono parole di cui ti innamori. Non è necessario che siano parole “pesanti”, parole nobili, parole opulente. A volte basta una sporta della spesa. Anzi, una reticella sovietica per la spesa: avos’ka si chiama in russo (con l’accento sulla o). Anzi, godetevela proprio com’è dal vivo: авоська.

Non era un sacchetto di plastica: rari e costosi, con gli spigoli taglienti dei cartoni del latte sovietico duravano un sospiro. Non era una borsa di stoffa: troppo ingombrante da portare sempre con sé. Era una reticella di cordellino sintetico o spago che si infilava ovunque (anche in tasca) e si allargava e si allungava quasi a dismisura. Perché – chissà, magari, speriamo, chi può dirlo (avos’! in russo, e di lì il suo nome) – poteva anche succedere di trovare qualcosa da comprare uscendo di casa.

È una parola giovane, tra l’altro. Degli anni Trenta del Novecento. E in diversi se ne attribuiscono la paternità. Pare, tuttavia, che abbia visto la luce in un monologo del 1935 di Arkadij Rajkin – celeberrimo attore (e non solo) teatrale (e non solo) –, che in anni di grave carestia (e non solo) una sera affrontò la scena nei panni di un personaggio alquanto dimesso con una strana sporta della spesa al braccio. “E questa è la mia sporta della speranza” la presentò al pubblico. “Nel senso che spero sempre di trovare qualcosa da metterci dentro…”.

E qua la traduttrice ringrazia, perché il contesto e la spiegazione stessa del termine le consentono di rimpallare in italiano la battuta.

Altra storia è invece l’incontro frequentissimo, naturale, spontaneo, fraterno con le avos’ki in testi narrativi in cui “sporta magica” o “reticella della speranza” aggiungerebbero una coloritura fiabesca o giocosa a una quotidianità che si vestiva quasi esclusivamente nei diversi toni del grigio. Che fare? Interrogativo di altrettanto sovietica memoria…

La traduttrice alza le mani, rassegnandosi quasi sempre a una grigia – appunto – “reticella” o “sporta”. Ma aguzzate gli occhi: poco distante un “chissà” o un “magari” li troverete sempre, fidatevi.

 

P.S. Una curiosità. Negli anni Ottanta, esasperato dall’inesorabile mancanza di vettovaglie, un altro umorista di razza, Michail Zadornov, propose di ribattezzare la speranzosa avos’ka in una rassegnata nichrenas’ka: col cavolo che capitava di metterci dentro qualcosa!

 

© Claudia Zonghetti

Commenti | 3 risposte

  1. Sono una traduttrice “mancata” dal russo e mi ha fatto tanto piacere leggere questo post! Quanti ricordi delle nostre belle lezioni di traduzione a Trieste… la parola avos’ka non si può dimenticare.
    Tradurre Bulgakov è sempre stato il mio sogno, quindi un po’ invidio la brava Claudia Zonghetti.
    Grazie per questa pagina dedicata a chi ama la traduzione!

  2. Dopo aver letto questo articolo, mi sono reso conto di non usare “avos’ka” da un pezzo, la parola della mia infanzia. Grazie, adesso mi sono abbandonato ai ricordi.

  3. Anch’io sono una traduttrice. Come Erica il mio pensiero è andato subito con nostalgia e infinita gratitudine per la nostra insegnante Julija Dobrovol’skaja ai suoi seminari di traduzione e lingua russa che ho avuto il piacere e l’onore di frequentare a Trieste . Quante parole , quanti “realija” accompagnate da storie e aneddoti che le hanno fissate per sempre nella memoria ..a”avos’ka” fu una di queste. Grazie , e grazie a Claudia che continua il lavoro di Julija Abramovna , avendone colto lo spirito e la ricchezza.

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