La parola al traduttore

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Le vie della traduzione sono infinite

21 febbraio 2012
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Primavera 2007. Un po’ in affanno, come sempre e come tutti, arrivo all’ultima riga dell’ultima pagina del romanzo che sto traducendo (Elias Khuri, Facce bianche, Einaudi 2007).

La storia è una sorta di inchiesta su un omicidio e si conclude con un nulla di fatto. L’ultima frase recita: “Gli scenari possibili, dunque, sono tre,” e già così il romanzo sarebbe coerentemente concluso. Sennonché, l’autore prosegue con una di quelle espressioni che fanno tremare i polsi ai traduttori.

L’espressione incriminata è “والله اعلم – wa Allahu a‘lam”, una delle tante che pur essendo di uso corrente mantengono una solida connotazione religiosa. Si tratta, tradizionalmente, della “formula usata dallo scrittore quando non può garantire l’autenticità di ciò che ha detto e riferisce versioni diverse di un fatto”.¹

Come rendere, dunque, in italiano tutta un’atmosfera che andrebbe perduta se si decidesse di normalizzare traducendo il segmento nella sua reale – e banale – accezione di “e chissà com’è andata davvero” oppure, al contrario, di straniare lasciando il letterale – e poco evocativo – “ma Dio ne sa di più”?

Bisognava trovare un’espressione che mantenesse un certo qual sapore di altri tempi e il tono velatamente divertito che l’autore aveva voluto imprimere.

Per trovarla passo ore a mettere in fila espressioni, formule e proverbi in italiano che, esattamente come fa l’arabo, mantengono una connotazione religiosa pur essendo diventate di uso corrente (da “Dio li fa e poi li accoppia” a “Non si muove foglia che Dio non voglia”, da “Volesse il cielo” a “A Dio piacendo”). Da quella lista che non mi immaginavo così lunga, esce un modo di dire che, mi pare, rispetta lingua, significato e cultura di partenza e ha un senso compiuto nella lingua e nella cultura di arrivo.

La frase finale del romanzo diventa “Gli scenari possibili, dunque, sono tre. Le vie del Signore, però, sono infinite”.

Inverno 2012. A distanza di tanti anni e contrariamente a quanto spesso accade, sento ancora una punta di orgoglio per quella scelta.

 

1Renato Traini, Vocabolario arabo-italiano, Istituto per l’Oriente, Roma, 1966


© Elisabetta Bartuli

Commenti | 5 risposte

  1. Bellissimo. E molto istruttivo. Le vie dei traduttori bravi non possono certo aspirare all’infinito, ma sono lastricate d’oro. Grazie.

  2. Molto interessante e ottima scelta. Vorrei soltanto commentare una sfumatura: sicuramente l’uso di PERO’ tra due virgole è stata anch’essa una scelta meditata, ma a mio parere imprime un ritmo un po’ spezzato anche alla frase finale (C’è già un DUNQUE tra due virgole nella frase precedente). Forse avrei preferito: “Gli scenari possibili, DUNQUE, sono tre. MA le vie del Signore sono infinite”.

  3. Che Elisabetta, già mia studente e ora dirimpettaia d’ufficio, trovi spesso delle acute soluzioni di traduzione, anzi, direi, d’interpretazione, è cosa nota e giusta :-). Ma io – arabisticamente deformato (come affermo spesso) da antica educazione nalliniana – per والله أعلم preferisco sempre la ‘harfiyya’: e Dio ne sa di più.

  4. Mi congratulo con la mia compagna traduttrice (della quale probabilmente, a guardare i nostri cognomi, sono quasi un parente) per la bellissima e poetica soluzione che ha trovato. Nel mio piccolo e piú umile lavoro di traduttore di italiano/portoghese/inglese in Brasile, pure io vivo per questi momenti di orgoglio riguardanti i nostri sforzi per non appannare troppo il brillo dell’originale.

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