La parola al traduttore

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Tradurre la metafora: l’oca di Virginia Woolf

26 aprile 2012
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Virginia Woolf - Diari di viaggio

Tradurre ci piace perché ci permette di viaggiare, oltre che nel tempo e nel mondo dello scrittore, anche nel suo universo mentale, scoprendo percezioni e punti di vista molto lontani dai nostri. Da ogni viaggio nella traduzione usciamo arricchite e più flessibili, come se davvero fossimo andate lontano. Il nostro corpo era seduto alla scrivania, ma la mente… la mente ha viaggiato e ha ampliato i propri orizzonti.

Alcuni di questi viaggi sono più facili di altri. A volte le descrizioni di luoghi, stati d’animo, pensieri sono facili da seguire: il sole brilla, il mare è calmo, la gente si tuffa in acqua perché ha caldo e fare il bagno è divertente. Leggendo il testo originale è facile formarsi un’immagine della scena e capire i nessi che legano le cose tra di loro, le motivazioni delle persone e le azioni che intraprendono di conseguenza: è tutto lineare. Se comprendiamo il mondo che lo scrittore ha inventato e riusciamo a identificare i nessi tra un elemento e l’altro, possiamo formarci un quadro chiaro della scena e tradurla al nostro meglio.

Alcuni viaggi, però, sono più avventurosi, perché l’autore ha un punto di vista personalissimo, originale, difficile da cogliere: una grossa sfida per il traduttore, che in questi casi si scervella, suda e si consulta ripetutamente con madrelingua e colleghi italiani. A noi è successo con Virginia Woolf, di cui abbiamo recentemente tradotto i Diari di viaggio in Italia, Grecia e Turchia (Mattioli, 2012). Questi taccuini vedono la scrittrice ancora agli esordi (siamo nel 1906-1909, pochi anni prima della pubblicazione del suo primo romanzo) e contengono moltissime annotazioni sui paesaggi esplorati, bozzetti umoristici di viaggiatori incontrati e, naturalmente, riflessioni sui libri e la scrittura.

Una di queste ci ha fatto particolarmente penare:

 

…And is it not to study sides of all things that we travel? & shall we forfeit our claim to the honourable title of tourist? Not while there is a pen – a very old one, & a drop of ink – a very dry one. For these as we will explain one day are the philosophers stone. You make a pass in the air with a dirty stump of goose flesh, having first spread a white sheet on your knee. Soon a procession begins to cross it; there is no doubt whatever; here are the bores & the dullards, the cheats & the liars, but their only purpose now is to amuse a leisure hour.

 

Che cosa sta facendo Virginia Woolf? Si trova in una pensione greca di Achmetaga e sta riflettendo sulla giornata appena trascorsa. È interessante come per lei il viaggio sia intimamente legato alla scrittura: si sente in diritto di dirsi turista fintanto che ha a disposizione una penna per raccontare quello che vede. Poi, dopo qualche altra riflessione, ecco la frase che ci mette in difficoltà: Virginia parla di uno sporco stump (moncone, mozzicone, troncone, moncherino) di carne d’oca, con il quale make a pass, cioè sorvolare, fare un volo di ricognizione nell’aria, dopo aver disteso uno sheet bianco (sarà un lenzuolo, una lastra o un foglio?) sulle ginocchia. Cerchiamo di immaginare la scena per capire se è plausibile: all’inizio vediamo la scrittrice brandire un cosciotto d’oca unto e farlo volteggiare in aria. Sulle ginocchia ha un telo di stoffa, forse per non sporcarsi? E subito dopo, ecco che il telo è attraversato da una processione di scocciatori e zucconi, imbroglioni e bugiardi; ma chi sono, e perché le passano sulle ginocchia?

Ovviamente dev’essere la metafora di qualcosa, ma di cosa? Alla fine, per approssimazioni successive, risolviamo il mistero: la carne dell’oca non è vera carne, ma un «moncone di penna d’oca sporco» che scrive non su un lenzuolo e nemmeno su una lastra, ma su un foglio bianco. Gli scocciatori, gli zucconi e tutti gli altri personaggi non sono altro che le parole che allietano l’ora di riposo serale della scrittrice:

 

E non si viaggia proprio per studiare le sfaccettature di tutte le cose? E dovremmo forse rinunciare al diritto di fregiarci dell’onorevole titolo di turisti? Non finché c’è una penna – una vecchissima penna, e una goccia di inchiostro – molto secco. Perché, come spiegheremo un giorno, insieme costituiscono la pietra filosofale. Disegni un movimento in aria con un moncone di penna d’oca sporco, dopo aver dispiegato un foglio bianco sulle ginocchia. Presto una processione comincia ad attraversarlo; non vi sono dubbi di sorta; ecco gli scocciatori e gli zucconi, gli imbroglioni e i bugiardi, ma adesso il loro unico scopo è rendere piacevole un’ora di riposo.

 

 

©Francesca Cosi & Alessandra Repossi

 

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