La parola al traduttore

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Elogio del dizionario

23 maggio 2012
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«Dapprima a cupola rovesciata mentre l’aereo tracciava il semicerchio, all’improvviso la volta del cielo si era fatta a botte per esplodere subito dopo, proiettando tutte le sue doghe di legno bruno nel vuoto circostante, ma ecco che poi l’aereo si era librato di nuovo nell’aria, come in un mare in bonaccia, sotto la vela tremula del cielo, e a Vittorio era parso di distinguere uno per uno gli angeli che ne affrescavano la volta a crociera, aveva distinto i volti paffuti dei Cherubini da quelli tranquilli dei Serafini, subito intimorito dallo sguardo torvo e dal mento protervo dei Troni e delle Dominazioni, ma prima che potesse rimpiangere di aver osato tanto, di essersi tanto avvicinato all’eternità, ecco che la volta a padiglione del cielo lo aveva accolto tra le sue braccia capaci come l’Angioletta faceva con lui da piccolo mentre sua madre era troppo occupata nell’orto».

È un brano tratto dal mio primo romanzo, Una pioggia bruciante, in cui racconto una storia ambientata in uno dei periodi più bui della nostra Storia coloniale, all’epoca in cui l’Italia, in spregio delle convenzioni internazionali, decise di usare i gas tossici nella guerra d’Africa. Il passaggio è nato dal dizionario. Stavo sfogliando il Premoli alla ricerca di un aggettivo per descrivere la volta ogivale di una chiesa; mi serviva per una traduzione, e come spesso mi succede quando sfoglio il Premoli, mi sono persa nella lettura di più voci. E via via che leggevo di volte a botte, a vela, a crociera, dentro di me ha preso forma il modo di esprimere lo stupore, la paura, la gioia del protagonista nel corso del suo primo volo. L’idea è venuta dalle parole del dizionario.

Un processo simile avviene quando traduco. Dentro la parola nella lingua straniera trovo quello che mi permette di dare concretezza alla congettura che a poco a poco si profila nella mente. La parola ha una vita sua e ispira chi traduce con la sua capacità di evocare immagini e suoni, soprattutto se è ricca di connotazioni. Ma anche se la parola è semplicemente denotativa, finché non si trova continua a seminare scompiglio sulla tastiera. È a questo punto che mi viene di nuovo in soccorso il dizionario in italiano. Ma come si fa quando la parola in italiano non c’è?

I coccodrilli di Yamoussoukro - copertinaDi fronte a questo problema mi sono trovata quando ho tradotto uno scritto autobiografico di V.S. Naipaul pubblicato in I coccodrilli di Yamoussoukro (Adelphi 2004). Qui, come in molti altri libri di Naipaul, ricorre spesso l’aggettivo West Indian. Quelle che un tempo erano le Indie Occidentali, e che è opportuno tradurre così nei saggi storici, nella nostra lingua sono chiamate Antille, o la zona è più genericamente indicata come «i Caraibi», ma una decina di anni fa nessun dizionario, né bilingue né della lingua italiana, riportava l’aggettivo «antillano». Ogni volta ero costretta a usare delle perifrasi. Una certa tradizione era «tipica dei Caraibi», il conoscente di qualcuno era «originario delle Antille», o un certo scrittore era «caraibico», e questa era la possibilità che mi piaceva di meno, un po’ perché «caraibico» già mi serviva per tradurre Caribbean, un po’ perché avevo la sensazione che avvolgesse ogni cosa di una fastidiosa patina di esotismo, e la storia che Naipaul raccontava era tutt’altro che esotica: grondava del sudore degli schiavi nelle piantagioni di canna da zucchero e del sangue versato durante la tratta degli schiavi. Avrei tanto voluto dire «antillano», ma non osavo perché l’aggettivo sui dizionari non c’era. Un giorno ne parlai con una collega in contatto con la redazione dello Zingarelli. La collega traduceva dal francese e anche lei ammise di avere lo stesso problema. Ne parlò alla redazione, la redazione accolse la proposta, e l’aggettivo «antillano» comparve nella nuova edizione risolvendo un bel problema a noi e chissà a quante altre persone.

Una parola nasce quando serve per qualcosa che si deve esprimere, non che si può esprimere. Fu un buon investimento, perché mi ritrovai l’aggettivo bell’e pronto per i libri successivi di Naipaul e di altri autori antillani. Ora «antillano» figura anche su altri dizionari, tra cui il Vocabolario Treccani on-line. È una parola scaturita dalla necessità, ma anche dalla consapevolezza che il lavoro dei traduttori è fondamentale per la lingua e la cultura di un Paese. Se si sente che una certa parola va bene, si può fare una proposta al lessicografo e parallelamente crederci, ed essere tra i primi a usarla. È anche una storia zanichelliana, e mi è sembrato giusto raccontarla per questa bella rubrica della Zanichelli sull’importanza irrinunciabile dei dizionari e del contributo di chi traduce.

 

© Franca Cavagnoli

 

Commenti | Una risposta

  1. Grazie per aver pubblicato questo bell’articolo su uno strumento fondamentale non solo per i traduttori, ma anche per il parlante medio che, ahimè, lo usa troppo poco.
    Per quanto riguarda «antillano» forse si sarebbe potuto osare senza troppe remore, dato che la trasparenza era dalla parte del traduttore (traduttrice – ovviamente – in questo caso): da «Antille» ad «Antillano» il passo è senz’altro breve.

    Comunque, andando a curiosare in rete, ancora molti dizionari in linea (anche tra i più famosi e autorevoli) non lo riportano e addirittura nemmeno il Devoto-Oli 2012 lo mette a lemma.

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