La parola al traduttore

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Le manipolazioni del testo: The Call of the Wild di Jack London

20 giugno 2012
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The call of the wild - first editionLe insidie del tradurre non sono meno spinose nel caso di un romanzo rubricato come “classico per ragazzi”. La canonicità di un testo, infatti, non basta a preservarlo da alcune tendenze deformanti che, più o meno intenzionalmente, intervengono nel processo traduttivo, in special modo se la strategia del traduttore punta più all’accettabilità che all’adeguatezza.
Se non tutte le rienunciazioni letterarie si configurano come “interazioni tra due poetiche” sul modello della traduction-texte proposta da Henri Meschonnic, una serie testuale, un corpus parallelo che ponga a confronto diverse traduzioni dello stesso testo narrativo, concepite per pubblici diversi con intenti probabilmente diversi, può aiutare a capire come, in concreto, il traduttore interviene sul testo per semplificarlo, mutilarlo, riscriverlo.
The Call of the Wild di Jack London vanta dal 1926 ad oggi decine di traduzioni (oltre a trasposizioni radiofoniche e cinematografiche) che, insieme ai rispettivi apparati paratestuali, ne guidano con altrettante rifrazioni la lettura e l’interpretazione presso il pubblico italiano.
Tralasciando le immagini di copertina, in cui Buck, il cane protagonista del romanzo, viene spesso raffigurato come un pastore tedesco piuttosto che, con maggior rigore filologico, come l’incrocio tra un San Bernardo e un pastore scozzese, arriviamo all’incipit del testo londoniano, una quartina epigrafica, una sorta di “proemio” in cui viene enunciato il tema dell’opera.

Old longings nomadic leap,
Chafing at custom’s chain;
Again from its brumal sleep
Wakens the ferine strain.

Questa epigrafe scompare senza lasciare traccia nella traduzione di Ugo Dettore (Rizzoli, 1953), e tale cancellazione – risultante in un appauvrissement quantitatif nelle parole Antoine Berman – conduce a una lettura deviante del testo, divenuto così acefalo.

Un emendamento analogo viene compiuto anche nella traduzione di Fedora Dei (Mondadori, 1981), il che è ancor più rimarchevole se si considera che tale edizione è probabilmente la più conosciuta e la più “canonica” (per di più corredata, a partire dal 1996, da una nota di Jorge Luis Borges).
Se l’assenza dell’epigrafe può essere imputata a una scelta editoriale, la traduzione della quartina da parte di Piero Pieroni (Edizioni EL, 1991) introduce un diverso elemento manipolativo, inquietante e fuori luogo: “la razza”.

L’antico istinto nomade risorge
Spezzando la catena dell’uso
E di nuovo dal sonno oscuro
Si innalza il grido della razza.

Interpretazione infelice, dal momento che, per giunta, Buck è un cane meticcio o, più comunemente, un “bastardo”. Inoltre la “catena dell’uso” è espressione un po’ oscura se non addirittura un goffo calco. La stessa interpretazione è ripresa anche nella più recente edizione Piemme del 1996 (traduzione a cura di Enrica Zacchetti, collezione I classici del Battello a Vapore), per altri versi molto curata sotto l’aspetto iconografico e infografico, con spunti didattici che approfondiscono il contesto storico-geografico-culturale della vicenda.
Altro è l’impatto nella traduzione di Gianni Celati pubblicata nel 1986 nella celebre collana Einaudi “Scrittori tradotti da scrittori”, che, partendo dall’edizione originale Macmillan del 1903 e accentuandone la tensione esistenziale – forse a danno dell’opposizione nomadismo ferino/abitudinarietà sedentaria – recupera e propone già nell’incipit un tono più congeniale a un “poema sui primordi del mondo”:

Del nomade passato nostalgia
Spezza del viver nostro le catene,
E dal nebbioso sonno ove dormìa
Desto lo slancio ferino rinviene.

Nella sezione finale del volume, Celati racconta l’incontro tra la sua poetica e quella di London ponendo in risalto alcuni aspetti che innervano lo stile del narratore americano con l’intento e la “voglia di sottrarlo alle letture scontate, puramente informative; per restituirgli l’arbitrarietà che aveva in partenza, come cosa singola, singolare”.
Celati coglie nelle inversioni e negli arcaismi lessicali (già presenti nei versi iniziali riportati), gli elementi più caratterizzanti, più singolari appunto, della prosa ritmica di London, che conferiscono un sinuoso lirismo a un romanzo per altri versi punteggiato da espressioni gergali, con tratti slang e regionalistici soprattutto nelle parti dialogiche.
A questo proposito, due battute estrapolate dal primo capitolo offrono un breve esempio dei problemi traduttivi che può presentare un linguaggio informale. Per la prima volta Buck viene picchiato con un bastone e, dopo aver subìto ripetuti colpi, si accascia privo di sensi. La scena è commentata da due spettatori casuali e dal feroce “uomo dalla maglia rossa”.

“He’s no slouch at dog-breakin’, that’s wot I say,” one of the men on the wall cried enthusiastically.

“Druther break cayuses any day, and twice on Sundays,” was the reply of the driver, as he climbed on the wagon and started the horses.

Buck’s senses came back to him, but not his strength. He lay where he had fallen, and from there he watched the man in the red sweater.

Ci imbattiamo qui in evidenti difficoltà morfosintattiche legate al registro basso e colloquiale, oltreché in un ostacolo di ordine lessicale: il termine arcaico “cayuse” derivante dalla lingua chinook (difficilmente rintracciabile in un dizionario bilingue), che identificava in America nordoccidentale e in Canada “a small American Indian pony used by cowboys” (Collins English Dictionary, 2003).
È chiaro che, a meno di non optare per una traduzione parafrastica, necessariamente meno densa e connotativa di quella originale, sarà impossibile preservare tutti i predicati racchiusi nel sostantivo.
Celati, come poi Pieroni e Zacchetti, si è tratto d’impaccio con il sintagma nominale “cavalli selvaggi”.

“Dico, quello ci sa fare a domar cani” esclamò entusiasta uno degli uomini sul muro.

“Druther doma cavalli selvaggi tutti i santi giorni, e alla domenica due volte al giorno” fu la risposta del conducente, mentre si arrampicava sul carro e avviava i cavalli.

Buck riprese i sensi ma non le forze. Rimase sdraiato dov’era caduto, sorvegliando l’uomo con la maglia rossa.

I traduttori delle due edizioni più fortunate dal punto di vista commerciale, Rizzoli e Mondadori scelgono invece di semplificare, aggirando l’ostacolo, eliminando cioè ogni riferimento a uno dei numerosi realia del romanzo: “Druther ne sistema [riferito ai cani] uno al giorno e due alla domenica!”; “Druther doma un cane al giorno e il sabato due”.

Ma queste poche righe contengono anche un altro elemento su cui è il caso di riflettere, all’apparenza innocuo e per questo motivo non avvertito da nessuno dei traduttori qui considerati: si tratta di Druther, il presunto “uomo dalla maglia rossa”. Dopo aver consultato diversi dizionari autorevoli, mi è balenata l’idea che potesse trattarsi non di un nome proprio ma di qualcos’altro. Il Webster’s New World Dictionary (Third Edition) riporta “druthers” come contrazione colloquiale o dialettale di “I’d rather” ed è usato, seppure raramente, nell’inglese americano informale per esprimere preferenza.

Per avere ulteriore conferma, ho chiesto un parere a Tim Parks, scrittore, traduttore e docente di traduzione letteraria inglese presso l’università IULM, il quale ha confermato il mio sospetto: “Druther is DEFINITELY I’d rather. I read it that way immediately. It’s not necessarily American even, just phonetic for lazy speaking”. Del resto se fosse un nome proprio il verbo richiederebbe una “s” alla terza persona: in questo caso è infatti improbabile che un errore grammaticale sia da imputarsi alla colloquialità dello slang. Per di più “what” scritto “wot” indica che London sta giocando con l’ortografia. È curioso che nessun traduttore abbia pensato di avvalersi della consulenza di un madrelingua esperto, ha rimarcato Parks.
Una traduzione più vicina all’originale potrebbe essere allora: “Meglio domare cavalli selvaggi tutti i santi giorni e due volte alla domenica, hai voglia!”

© Eleonora Gallitelli

 

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