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Preparare un fuoco non è come accendere una sigaretta…

Me ne accorsi molti anni fa nel wild. Non immaginavo neppure che un giorno avrei tradotto Jack London ma ci volle poco per capire che in certi casi la frase “accendere un fuoco”, oppure “farsi un fuoco” non descrive adeguatamente quello che si deve fare nella wilderness. E io ero in piena estate nel nord Europa. Figuriamoci durante l’inverno cosa avrei dovuto fare. Quando tornai dallo Yukon nell’ottobre 2006 mi apprestai ad affrontare la prima traduzione di Jack London. Ero andato per la terza volta nel grande nord nel giro di pochi mesi, anche per “sentire” il Klondike e lo Yukon. Jack London era vero. A ventidue anni andò nel Grande Nord ed era già un uomo vissuto. Un autodidatta. Proprio come il suo Martin Eden. Fu questo a fregarlo dinnanzi alla supponenza di schiere di “intellettuali” invidiosi del suo talento e del suo successo. Così invidiosi da non notare che il suo racconto più bello – To Build A Fire – parla di natura e per farlo utilizza “l’uomo”, il protagonista senza nome che compie errori molto gravi nella foresta boreale, a sessanta gradi sotto zero, in gennaio. Nel preparare un fuoco uno di questi errori gli sarà fatale, perché originato dalla supponenza di fronte alla Natura madre di cui siamo parte. Il cane questo lo sa. Infatti vivrà.

Purtroppo la grande maggioranza degli intellettuali è sedentaria, astratta, urbanizzata e addomesticata. Pensa che la realtà siano i libri quando al massimo i libri contengono anche realtà. Ma la poesia della Natura, questa grande sconosciuta (a loro), quella manca. E dunque nessuno aveva notato che qualsiasi traduttore delle epoche precedenti, leggendo To Build A Fire avrebbe dovuto capire che to build significa costruire, erigere, edificare, plasmare, assemblare, fabbricare. Lo diceva il mio amato dizionario Ragazzini, edizione 1974. Che poi continua e aggiunge significati: costruirsi, farsi (la casa). A un autore come me che per maestri di scrivere la natura ha poeti pellerossa, Barry Lopez, Jack London, Herman Melville, Herman Hesse, Joseph Conrad, Walter Bonatti, Mario Rigoni Stern, la wilderness delle parole mi aiuta a trovare il contatto: il fiammifero metaforico che sfrega la corteccia di betulla per illuminarmi nel cammino.

Nel trovarmi di fronte il testo mi chiesi come era stato possibile non capire il semplicissimo principio che dice: leggi ciò che traduci prima di tradurlo, studia il background. Di London ho tradotto da Rivoluzione a Il richiamo della foresta, fatto la curatela di Martin Eden e ho sempre cercato di dare al lettore quello che London ha dato a me: il movimento dal piano interiore a quello fisico. Movimento e wilderness sono i due elementi centrali di Preparare un fuoco. Questo dovevo preservare per farvi sentire il freddo, per farvi immaginare di essere là con l’uomo a preparare il fuoco. L’ho visto di persona quando l’amico Marco Paolini mi disse che avrebbe utilizzato questa traduzione come base per lo spettacolo Uomini e cani. Marco ha la straordinaria dote di diventare il testo.

Ma cosa accade nel racconto? Un giovane uomo si avventura da solo, senza uno zaino, lungo un torrente ghiacciato per raggiungere gli amici a un campo dove hanno trovato una vena d’oro. A un certo punto il protagonista rompe il sottile strato di ghiaccio e si bagna i piedi. Sessanta gradi sotto zero. Per sopravvivere deve preparare un fuoco:

 

Si spostò verso l’argine, lo risalì e arrivato in cima, trovò un deposito di legna secca da ardere creato dalla piena che era rimasto agganciato al sottobosco vicino ai tronchi di molti abeti più piccoli. Si trattava soprattutto di ramoscelli e bastoncini ma cerano anche pezzi di rami stagionati più grandi e una bella erba secca della stagione precedente. Cominciò con il buttare sulla neve i pezzi più grandi che avrebbero costituito la sede del fuoco, evitando di farlo crollare su se stesso sciogliendo la neve sottostante. Estrasse dalla tasca un pezzo di corteccia e sfregandola con un fiammifero accese il fuoco più velocemente che se avesse avuto della carta; poi posò la corteccia sulla base e ravvivò la fiamma utilizzando fascine d’erba secca e i rami più piccoli. 

 

L’agire dell’uomo come dizionario. Egli costruisce una potenziale salvezza, erige, edifica e poi plasma, assembla, fabbrica. Non basterà.

 

Lavorava con attenzione, lentamente, ben consapevole del pericolo che stava correndo e la fiamma, gradualmente, cresceva mentre l’uomo, per darle vigore si serviva di rami secchi via via più consistenti. Si accovacciò nella neve, estraendo i ramoscelli incastrati nella boscaglia per gettarli direttamente sul fuoco. Sapeva di non poter fallire: quando un uomo con i piedi bagnati si trova a sessanta sotto zero, non deve fallire il primo tentativo di far partire un fuoco. 

 

Siamo forme della Terra, non dimentichiamolo mai. Soprattutto quando si traducono i racconti di un genio come Jack London.

 

© Davide Sapienza

3 pensieri su “Preparare un fuoco non è come accendere una sigaretta…”

  1. grazie Giusi, grazie Eleonora. Lavorare con Jack è un’avventura meravigliosa e sarebbe bello che a scuola si insegnasse l’inglese anche traducendo alcune sue pagine…AVVENTURA!

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