La parola al traduttore

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Vivere una vita non è attraversare un campo

7 gennaio 2013
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Un po’ di tempo fa ho cominciato a leggere, me l’aveva consigliato un mio amico, il libro di Robert Littell L’epigramma a Stalin, che, se ho capito bene, ricostruisce, in forma romanzesca, le varie vicende che discendono da una poesia di Osip Mandel’štam su Stalin, tra le quali l’arresto di Mandel’štam e una successiva telefonata di Stalin a Pasternàk nella quale Stalin chiedeva a Pasternàk perché non si era dato da fare per evitare l’arresto e la detenzione del suo amico Mandel’štam (Stalin lo chiedeva a Pasternàk, sembra che sia successo veramente così).

Il libro, in originale, era in inglese, e, nella traduzione italiana, la Literaturnaja gazeta (titolo di una celebre rivista letteraria prima russa, poi sovietica e poi russa) era diventata Literary Gazette, in inglese, chissà perché; avevo pensato che sarebbe come se, in un romanzo scritto in russo, ambientato in Inghilterra e tradotto dal russo in italiano The Times diventasse Vremena, forse.

Ma la cosa che mi aveva fatto più effetto, di quell’inizio, era stata l’epigrafe, che era tratta da una poesia di Pasternàk, Amleto (la prima poesia tra quelle che si trovano alla fine del Dottor Živago), che finisce con un verso bellissimo, che Zveteremich, il primo traduttore del Dottor Živago, traduceva così, se non ricordo male: «Vivere una vita non è attraversare un campo».

Io sono un po’ affezionato a questo verso perché quando mi è successo, tempo fa, di fare un incidente grave e di trovarmi in ospedale in prognosi riservata con delle ustioni abbastanza dolorose, mi veniva in mente continuamente questo verso, «Vivere una vita non è attraversare un campo», che in russo è una specie di proverbio, e in italiano, nella traduzione di Zveteremich, ha qualcosa che mi tocca e mi commuove, e quando la Feltrinelli ha pubblicato una nuova traduzione del Dottor Živago, pochi anni fa, sono andato a guardare subito come avevano tradotto questo verso (la traduttrice è Serena Prina) e la traduzione era: «Non è un gioco vivere una vita». Che, non so perché, non mi tocca e non mi commuove.

Nell’epigrafe del romanzo di Littell (la traduttrice è Sara Brambilla), questo stesso verso è diventato: «La vita non è una passeggiata in un campo». Che, anche questo, chissà da dove salta fuori questa idea di passeggiare (l’originale russo è: «Жизнь прожить – не поле перейти»).

 

©Paolo Nori

Commenti | 7 risposte

  1. La ringrazio per lo spunto interessante e spero di poter commentare rapidamente. Condivido, seppur nella mia soggettività, la sua commozione rispetto alla traduzione di Zveteremich (che è anche, credo, il traduttore dal russo più citato dai miei testi universitari, e al quale rivolgo tutta la mia stima di aspirante traduttrice). D’altra parte, non ha forse in questo caso il traduttore aggiunto a questo verso una poeticità che non era presente nel testo? Жить прожить – не поле перейти, Pasternak ha attinto direttamente alla fraseologia. Cosa prova un lettore russo di fronte a questa frase? E’ forse per lui solo un modo di dire, la cui semantica inziale è ormai scivolato via, il cui significato pragmatico non è più tanto nascosto, ma evidente. Per il lettore italiano, il verso “vivere una vita non è attraversare un campo” risulta molto più aulico e suggestivo. Personalmente apprezzo molto la traduzione di Sara Brambilla, che ha ripreso il riferimento alla fraseologia con quella passeggiata (“non è una passeggiata!”), senza perdere l’allusione al campo.
    Con tutta la mia ammirazione per la sua attività di scrittore e, ovviamente, di traduttore.
    Tatiana

    • Cara Tatiana, condivido appieno il suo pensiero, che mi sembra profondo e traduttologicamente maturo.

  2. Entrambe le traduzioni (sia quella di Sara Brambilla che quella di Serena Prina) sono assolutamente corrette in quanto permettono di rendere la stessa metafora. La possibilità di commuovere qualcuno usando una parola piuttosto che un’altra è un fatto che appartiene ad altre sfere.

  3. Tradurre è arte del compromesso, di aggiunte e sottrazioni che diano lo stesso risultato dell’originale. Non amo particolarmente Zveteremich , sono (ero – quando tradurre era il mio mestiere)) della scuola Ripellino-Vitale, ma questo verso o lo strattoni con un banale “Vivere non è una passeggiata”, cioé con l’esatto euivalente italiano, o lo traduci letteralmente, e poeticamente, come ha fatto Zveteremich

  4. Per come intendo il mestiere io, nel mio piccolissimo, sarei dell’opinione di Tatiana e Micaela. Non conosco il russo: ma se il nucleo del verso di Pasternàk è costituito da una frase fatta, proverbiale addirittura, che al lettore russo /non/ fa l’effetto “di un bel verso”, ma induce semplicemente un senso di familiarità, perché indurre nel lettore italiano qualcosa di diverso, più alto e prezioso? E se Brambilla riesce a passare ai suoi lettori sia una frase familiare, sia il ricordo del campo, mi pare che abbia abilmente quadrato il cerchio.

    • La traduttrice deve far “passare ai suoi lettori che sia una frase familiare”?
      Seguendo questo ragionamento si potrebbe dunque dire che siccome ad esempio i luoghi ove si svolge il romanzo sono, per una buona parte di noi italiani, estranei, dunque sarebbe auspicabile sostituirli con cio’ che per cultura ci appartiene: mosca la si sostituisca con roma e via di questo passo. Sovvertiamo la geografia, poi perche no sovvertiamo gli avvenimenti che per la lontananza anche temporale sviano, quindi anche i dialoghi…. direi si potrebbe far che scrivere un altro romanzo

  5. Mmh. Mi sa che non sono tanto d’accordo con Micaela (con tutto il rispetto). Se a me una frase mi commuove (sic) io nella mia traduzione ce la metto. Hai visto mai che tra tanti occhi che la leggono se ne trovino un paio uguali ai miei? Avrò strappato una lacrima o un sospiro, senza cambiare sfera…

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