La parola al traduttore

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Tradurre l’oralità

12 giugno 2013
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Di problemi ne ho incontrati parecchi durante i miei lavori di traduzione, ma credo che in generale siano gli stessi che prima o poi tutti i traduttori si trovano a dover risolvere. Giochi di parole, espressioni gergali, trasposizione di modi di dire, ecc.  Siccome ho tradotto per la maggior parte autori che hanno fatto ampio uso dell’oralità, e quindi di espressioni che magari erano da tempo cadute in disuso o che non figuravano nei dizionari, spesso ho dovuto chiedere delucidazioni a nativi (nel mio caso, irlandesi o americani), oppure a studiosi degli autori che stavo traducendo, e a volte è capitato che nemmeno da loro riuscissi a ottenere spiegazioni del tutto soddisfacenti. Quando ho tradotto Cronache dublinesi (una selezione di testi tratti da The Best of Myles, di Flann O’Brien), ricordo che, a stesura conclusa, mi erano rimasti circa ottanta punti  da chiarire, e avevo approfittato di un viaggio in Irlanda per contattare Anne Clissman, la maggiore esperta di O’Brien, che avevo conosciuto anni prima, in modo da poterli risolvere definitivamente. E lei stessa ha dovuto interpellare altri suoi conoscenti per arrivare a capo delle questioni che le avevo posto, dato che per alcune di esse il significato pareva essersi perso nel tempo e non era più possibile ricostruirlo con assoluta certezza.

Qui però vorrei citare solo un paio di problemi abbastanza irrilevanti che però mi hanno dato del filo da torcere e la cui soluzione, almeno nel secondo caso, avrei potuto trovare sotto il naso se solo avessi fatto un guizzo di fantasia.

Il primo era costituito da una parola inserita alla fine di una frase pronunciata dall’anonimo personaggio dublinese che anima i dialoghi presenti nel capitolo “Il Fratello”, in Cronache dublinesi. La frase è questa:

 

The Brother is holdin’ a conversationey in the digs, aShaurda.

 

Cioè: Il Fratello vuole radunare tutti quanti in casa, aShaurda. Il senso mi era chiaro, ma proprio non riuscivo a capire cosa significasse la parola finale, che iniziava con una lettera minuscola seguita subito dopo da una maiuscola. Inutile controllare sui vari libri in mio possesso, riguardanti le particolarità dell’anglo-irlandese. Un’astrusità del genere non compariva da nessuna parte. Poi, dopo essermi scervellato per un po’, ho provato a leggere la frase a voce alta e mi è stato subito chiaro che quella parola non era altro che la contrazione di “on Saturday”, cioè sabato, e che la storpiatura del vocabolo serviva a riprodurre tipograficamente il modo in cui esso veniva pronunciato a Dublino.

Il secondo problema riguardava invece un tipo particolare di whiskey, di cui O’Brien parla in un brano risalente all’inizio degli anni quaranta e intitolato The Dance Halls, che stavo traducendo per la rivista “Leggere”. Nel testo veniva descritta l’atmosfera delle sale da ballo di quei tempi e particolare risalto veniva dato all’atteggiamento impacciato dei giovanotti che le frequentavano, i quali, immancabilmente, per farsi coraggio, portavano nel taschino interno della giacca una fiaschetta di “parliamentary whiskey”, dalla forma perfettamente aderente alla curvatura dell’anca. Il mio problema era capire cosa significasse l’aggettivo “parliamentary”, cioè parlamentare, che non mi era mai capitato di trovare citato in relazione a una bevanda come il whiskey.

Anche in questo caso avrei potuto risolvere facilmente la questione se solo mi fossi concentrato su quanto già sapevo del whiskey irlandese, ma trovandomi all’epoca ad insegnare con un incarico annuale proprio in Irlanda, all’università di Cork, avevo preferito chiedere il significato della parola ai miei colleghi, fra i quali però non figurava nessun bevitore, e nemmeno nessun anziano signore che potesse riandare con la memoria a mezzo secolo prima, quando quella parola evidentemente era in uso. Lo stesso dicasi per i baristi che avevo interpellato nei vari pub della città, i quali all’epoca di cui si parlava nel testo non erano ancora nemmeno nati. Così, alla fine, non ricevendo alcuna spiegazione, avevo deciso di tradurre l’aggettivo con un calco: whiskey parlamentare, che non significa granché, ma mi pareva non vi fossero altre soluzioni. Qualche giorno dopo aver spedito  la traduzione ho comprato un libro appena uscito, che s’intitolava How The Irish Speak English, di Padraic O’Farrell, e subito, sfogliandolo, mi sono imbattuto nell’espressione che mi aveva fatto girovagare così tanto a vuoto, e leggendone il significato non ho potuto far altro che dirmi: ma certo, che stupido, come ho fatto a non pensarci! Da tempo immemorabile, infatti, esiste in Irlanda, un’attività clandestina di produzione di whiskey, chiamato poteen (ora legalizzato e disponibile anche sugli scaffali dei duty free degli aeroporti irlandesi), che per quantità e qualità può benissimo reggere il confronto con quello prodotto dalle storiche ditte Jameson, Power, Paddy, Tullamore e Bushmill. E dunque ciò che O’Brien intendeva dire era che quei giovanotti all’ingresso delle balere si facevano coraggio bevendo whiskey legale, non clandestino. E il senso di questa sfumatura mi era sfuggito solo perché non sapevo di conoscerlo e, anziché fare un guizzo mentale, mi ero semplicemente affidato agli altri, i quali mi avevano indotto a dare per persa la partita.

 

© Daniele Benati

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