La parola al traduttore

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Plattenbau, o il socialismo prefabbricato

3 settembre 2013
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A prima vista, nessun problema: si tratta di un prefabbricato a uso abitativo. È imponente, di solito orizzontale, grigio(-astro), in cemento armato, anonimo. Costruito nel secondo dopoguerra. If it looks like a duck, swims like a duck, and quacks like a duck, then it probably is a duck… quindi niente dubbi sul traducente di questa parola composta da Platte (in questo caso, pannello) e Bau (costruzione): mettiamo «prefabbricato». Ma c’è un ma. L’autrice del graphic novel in cui incontro il termine, Claire Lenkova, lo adopera in questa frase:

 

Mehr Komfort bieten die allerdings eintönigen Plattenbauten mit Einbauküche, Fernheizung und fließend warmem Wasser, die ab 1957 ingroßem Umfang gebaut werden.

 

Il libro si intitola Grenzgebiete (2009) (Zone di confine: un’infanzia nella DDR Comma 22, 2012). Narra dell’infanzia di Claire tra la Germania Est – dove è nata – e la Bundesrepublik, che l’ha accolta dieci anni più tardi. Il testo è un vero e proprio viatico alla quotidianità nell’ex DDR, e il termine Plattenbau (plurale: Plattenbauten) risulta cruciale. Lenkova lo usa una volta sola, accompagnandolo a una lista di lussi temperata da un aggettivo ben poco vispo: eintönig, alla lettera «monotono». I lussi, per l’epoca, erano le cucine componibili, il riscaldamento centrale a distanza (al posto delle massicce stufe in maiolica da alimentare a carbone) e l’acqua corrente, calda per giunta. Un bel salto di qualità visto che nella stessa pagina l’autrice spiega, peraltro con un disegnino che toglie il fiato, la dinamica a precipizio dei Plumpsklos montati all’interno dei vecchi edifici, vale a dire le «latrine a caduta libera» dei bagni esterni (all’incirca uno per piano) in cui i bambini temevano sempre di cascare, finendo chissà dove nel cuore socialista della Terra. Rispetto alla spartana crudeltà degli Altbauten, i Plattenbauten rappresentavano quindi un bel balzo in avanti verso il sol dell’avvenire. Ma per quanto malmessi, tossici e inospitali, i vecchi edifici della prima metà del Novecento – se non addirittura precedenti – vantavano soffitti più alti, camere più ariose, facciate riconoscibili. Magari qualche stucco sul soffitto. I nuovi edifici, invece, sono eintönig. Il vanto architettonico ed edile della SED (il partito socialista unitario, solo al comando) emana un’aura trista che tuttavia non ne inibisce la costruzione in ogni dove, «in großem Umfang». Una scala che da vasta diventa vastissima a partire dal 1972 grazie a precise direttive che elevano il Plattenbau a modello principe dell’architettura popolare.

Solidi, resistenti al freddo, moderni – per gli anni Cinquanta e Sessanta – e perfettamente intercambiabili, i Plattenbauten hanno dato un volto all’Heimat socialista, arrivando – secondo un articolo di «Focus» – ai due milioni di unità. In Spur der Steine (1964), celebre romanzo di Erik Neutsch ambientato nella galassia dei cantieri, i Plattenbauten in costruzione fungono da sfondo, anche se il termine non ricorre, o meglio: si citano per sineddoche le Platten, i lastroni, tant’è che ora Platte può essere sinonimo del prefabbricato nella sua interezza. Ne Die Legende von Paul und Paula (1973), forse il film di maggiore successo prodotto sotto la DDR, i due innamorati del titolo vivono dirimpetto: lei in un Altbau destinato alla demolizione via dinamite, lui in un nuovissimo Plattenbau ancora «im Bau», con gli operai edili che fanno avanti e indietro. Ma né la sceneggiatura di Ulrich Plenzdorf né il romanzo scaturito dal film, Legende vom Glück ohne Ende (1979), sempre a firma Plenzdorf, danno un nome alla selva di edifici modulari di Berlino Est. La parola magica latita anche in un testo specifico come die taktstraße (1969) di Jan Koplowitz, reportage sulla costruzione di Halle-Neustadt, da alcuni paragonata a Pyongyang per impatto architettonico e senso di anomia cronica. Koplowitz semmai tira in ballo i Plattenwerke, cioè i nuovi poli industriali (chimici) prefabbricati. Possibile che all’epoca i Plattenbauten non fossero sulla bocca di tutti? Il motivo di questa reticenza terminologica si comprende proiettando la storia dei prefabbricati socialisti e della parola Plattenbau sulle vicende tedesche di fine secolo. Di fatto, è solo con la riunificazione che le occorrenze aumentano vertiginosamente soprattutto sulla stampa popolare dell’Ovest («Bild» in primis), forgiando una connotazione negativa resistente come il cemento armato. Sotto la DDR il Plattenbau altro non era che un pesce nella propria acqua, l’emblema del socialismo edile al lavoro. Era il Neubau per antonomasia, contrapposto all’Altbau con le stufe a carbone e le latrine mangiabimbi. Dopo la Wende (la ‘svolta’) e l’«adesione» della DDR morente ai principi della BRD, i Plattenbauten cominciano a diffondersi anche sui titoli dei giornali, spesso in stucchevoli dibattiti innescati da quel «muro nella testa» che per molti tedeschi non è ancora caduto. Accusati di essere inabitabili, onnipresenti, semivuoti (soprattutto in alcuni sperduti insediamenti del Meclemburgo-Pomerania Anteriore) o, per farla breve, brutti, i Plattenbauten altro non sono che «nuovi edifici da abbattere», abbinati ad aggettivi impietosi che ne sottolineano la tristesse cassando a priori ogni ipotesi di nostalgica coolness. Certo, a qualcuno piace Platte. Uno per tutti il rapper «Ossi» T.Wonder, che nel 2008 ha pubblicato il singolo Plattenbau (da non perdere il video in rete) tessendo sperticate lodi dell’alloggio proletario, fino ad affermare: «Du bist meine Heimat». Gli apologeti del lastrone prefabbricato sono però una razza rara, e laddove non passano le demolizioni di massa è il mercato a parlar chiaro: gli Altbauten, anche se a mal partito (e con le stufe in maiolica ancora indispensabili) valgono di più dei Neubauten della DDR schifati dai Wessis, in barba a qualsiasi disperato tentativo di abbellimento. A partire dagli anni Novanta, infatti, i Plattenbauten hanno visto spuntare balconi e davanzali colorati sulle loro superfici coibentate, o sono stati protagonisti di ardite ristrutturazioni volte a camuffarne il peccato originale. Quando Claire Lenkova parla dei prefabbricati, non ha in testa un prefabbricato qualunque, sovrapponibile all’immagine di una periferia romana o di una banlieue parigina. Ha in testa i prefabbricati dello Stato in cui è nata, la DDR, idealtipi abitativi della via tedesca al socialismo e ora, a decenni di distanza dalla loro costruzione, vergogna della Germania unita e strani attrattori di aggettivi punitivi. Ecco perché un Plattenbau è solo e soltanto un Plattenbau, e il traducente «prefabbricato», senza indicazioni di ordine storico o geografico, non basta.

Per la cronaca, la traduzione del passo è uscita così:

 

I Plattenbauten, cioè a dire i prefabbricati in cemento armato costruiti in grande quantità a partire dal 1957, erano piuttosto deprimenti alla vista ma offrivano comfort come cucine componibili, teleriscaldamento e acqua calda corrente.

 

Ma quello che conta, quando ci si imbatte nel termine Plattenbau, è immaginarsi un edificio grande come un intero Paese, uno stabile – in tutti i sensi – che racchiuda in sé la coincidenza, tipicamente teutonica, tra popolo e struttura statale. Una dimora sicura e ubiqua. Non a caso, Neutsch conclude le novecento e passa pagine cementizie di Spur der Steine con queste parole: «Die Heimat ist überall».

 

©Simone Buttazzi

Commenti | 3 risposte

  1. Articolo molto interessante. Chiunque bazzichi culture e letterature dell’Europa centro-orientale sa che nelle lingue di ognuno di questi paesi esiste un termine specifico per questa tipologia di edificio, simbolo del radioso avvenire (e del grigio presente) socialista. La traduzione dovrebbe essere, come sempre, contestuale. A volte basta un termine generico come “palazzo” o “caseggiato”, altre volte, come nel caso dell’articolo, serve una specificazione che collochi il termine (e l’oggetto cui si riferisce) nel tempo e nello spazio.

  2. complimenti per l’articolo interessantissimo. È vero che c’è prefabbricato e prefabbricato. Di primo acchito, a me il termine fa venire in mente una casa, magari economica, ma di piccole dimensioni, non i classici “palazzoni” del socialismo dell’est (quelli in cui sono stato io parecchi anni fa erano a Praga 9). Con “di cemento armato” è già chiaro, forse si poteva aggiungere “enormi” (ma forse, essendo una graphic novel, si vedevano!)

  3. avrei usato il termine casermone di cemento armato, in fondo non sono meno deprimenti dei casermoni di certe periferie italiane anni 60

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