La parola al traduttore

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Il mondo dietro alle parole

18 settembre 2014
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In rete si sta diffondendo la moda di andare a scovare parole “intraducibili” e rappresentarle graficamente con un processo di traduzione intersemiotica. Effettivamente a volte una semplice immagine è più esplicativa di tante parole, però l’idea di trovare piccole immagini fra le righe di un romanzo come traduzione di parole “intraducibili” fa sorridere.

 

Ma cosa significa “intraducibile”? Secondo lo Zingarelli, intraducibile è ciò “che non è possibile tradurre” o “che non si può esprimere o esplicitare con le parole”.

 

Il Treccani definisce così: “Che non si può tradurre in altra lingua, o piuttosto che non può essere tradotto adeguatamente […]”. Ci sono davvero parole intraducibili? O si tratta di una negoziazione per arrivare a “dire quasi la stessa cosa” come scrive Umberto Eco in un celebre saggio?

 

La traduzione non è solo un ponte attraverso il quale si passa da una lingua all’altra: collega anche le sponde di due diverse culture. Più sono diverse le culture e più sarà probabile non trovare sulle due sponde sassi e conchiglie uguali. In questo caso il traduttore, che conosce a fondo le due lingue e le due culture e ne comprende le differenze, inizia un paziente lavoro di negoziazione fra i due mondi alla ricerca di una soluzione per rendere al meglio quell’espressione della lingua di partenza nel testo di arrivo. Molte sono le tecniche a cui si può ricorrere di volta in volta: adattamento, prestito, perifrasi, calco e così via. I casi più complessi sono proprio quelli di parole nate per descrivere fenomeni ed emozioni specifici di una certa cultura e non riscontrabili nell’altra, le cosiddette culture-bound words.

 

Riporto qui alcuni termini tedeschi di difficile resa in italiano. Non propongo un’unica traduzione, ma spunti di riflessione, lasciando al lettore il piacere di giocare a scoprire una propria traduzione o di trovare quella scelta da tanti colleghi nel minuzioso lavoro quotidiano di negoziazione.

 

Quereinsteiger. La Germania, lo sanno tutti, è un paese molto ben organizzato e strutturato. L’accesso alle professioni – tutte le professioni, anche le più semplici – è preceduto da studi o corsi di formazione appositi. La parola Quereinsteiger indica proprio l’eccezione a questa regola: colui che si dedica a una professione diversa da quella che ha imparato o per cui ha studiato, letteralmente “colui che entra lateralmente” – da una porta secondaria o a metà strada.

 

Zweisamkeit. È una parola che ricalca il termine tedesco per solitudine (Einsamkeit), con essa però non si intende l’essere soli, ma l’essere in due. Si potrebbe giocare con l’italiano facendo un calco e inventando la parola “duotudine”. La Zweisamkeit, a differenza della solitudine, è spesso intesa in modo positivo: passare del tempo piacevolmente in due, godersi una serata, una passeggiata, un viaggio in due.

 

Kaffeetrinken. È una di quelle parole che nascondono un mondo. Si tratta di una parola composta, apparentemente semplice, alla lettera “bere il caffè”; culturalmente rimanda a una tradizione sconosciuta per chi non frequenta la Germania. Un italiano pensa subito al caffè (espresso, ovviamente) preso a una qualunque ora in piedi al bancone di un bar. Invece il Kaffeetrinken, riservato al pomeriggio, è un rito diffusissimo che consiste in una sorta di merenda a base di caffè (lungo, naturalmente), cappuccino (sì, in Germania si beve anche nel pomeriggio), tè o bevande simili e golosissime torte accompagnate da infinite variazioni di biscotti. A dire il vero è più di una semplice merenda: non è riservato solo ai bambini e spesso è un’occasione per invitare amici o parenti a passare qualche ora in compagnia.

 

Geisterfahrer. Ogni tanto i programmi radio tedeschi vengono interrotti dall’annuncio dello speaker: “Attenzione! Sull’autostrada … all’altezza di … si trova un Geisterfahrer.” Letteralmente significa “automobilista fantasma”, in realtà non si tratta di fenomeni sovrannaturali, ma semplicemente di un automobilista che ha imboccato l’autostrada contromano, con tutte le complicazioni del caso. Un italiano si chiede come sia possibile imboccare l’autostrada contromano; in Germania non è poi così difficile, se si tiene conto del fatto che non ci sono i caselli per il pagamento del pedaggio. Basta che l’automobilista abbia bevuto una birra di troppo. Ma i Geisterfahrer sono anche nonnetti un po’ sbadati o ragazzi alle prese con tragiche prove di coraggio. Ad ogni modo la lingua tedesca ha sentito il bisogno di coniare una parola apposita.

 

Schultüte. Di nuovo una parola composta: scuola e sacchetto o cartoccio. Si tratta di un cono di cartone alto poco meno di un metro e decorato con i materiali e i disegni più fantasiosi. Viene riempito di dolciumi e oggetti perlopiù scolastici, e i bambini lo ricevono in dono dai genitori il primo giorno di scuola della prima elementare (la lingua tedesca, nella sua precisione, ha ovviamente anche una parola per descrivere questo importantissimo avvenimento: Einschulung). È una tradizione tedesca che sembra risalire al XIX secolo, un espediente per addolcire l’ingresso nel mondo della scuola.

 

Watt. Si tratta di un fenomeno naturale tipico di alcune coste, quelle della Germania, ad esempio. Il Watt è quella parte di costa che durante l’alta marea è coperta dal mare e durante la bassa marea rimane scoperta. Il Watt esiste anche in Italia ed ha perfino un nome (dal suono peraltro molto più scientifico e poco poetico) “piano mesolitorale”, ma si tratta di una striscia di pochi centimetri, che non risveglia l’attenzione e la curiosità delle masse. Sulle coste tedesche invece il mare si ritira per un tratto ben più ampio, generando un fenomeno interessante dal punto di vista scientifico e naturalistico, ma anche un’attrazione turistica. Il termine Watt è molto conosciuto in Germania e ha una valenza culturale molto ampia: c’è il Wattenmeer (mare di Watt), dove si organizzano Wattwanderungen (escursioni sul Watt) con un Wattführer (guida esperta di Watt) o si pratica la Wattenfischerei (pesca sul Watt) e via di questo passo.

 

©Francesca Parenti

Commenti | 7 risposte

  1. Bravissima, le tue spiegazioni mi sono piaciute moltissimo, molto azzeccate. E mi hai fatto venire la nostalgia della Germania…

  2. Bella questa scelta di concetti tipicamente “germanici” e quindi difficilmente traducibili con un unico lemma. Spesso chi vive in un’area linguistica che non corrisponde alla propria lingua madre, quando c’è bisogno li usa “così come sono” : per esempio parlando con mia figlia (vivo in Austria) dico: “Dobbiamo fare attenzione perché la radio ha annunciato un Geisterfahrer.” Un’altra difficoltà di traduzione si riscontra, a mio avviso, per quelle parole (molto frequenti nelle lingue germaniche) che esprimono in modo sintetico più concetti contemporaneamente e che quindi si possono trasporre solo per mezzo di una perifrasi: mi viene in mente il verbo “verschlafen”, per il quale in italiano non esiste un corrispondente che renda il significato di “perdere o dimenticare qualcosa per aver dormito troppo”; ma esistono senz’altro innumerevoli altri esempi.

  3. Interessante, ma la sfida sarebbe provare a trasmettere a chi il tedesco non lo conosce il significato del termine anche proponendone una traduzione.

    • Ciao Germana,
      hai ragione, sarebbe una bella sfida… e un gioco divertente. Però senza una spiegazione chi non conosce quei mondi e quelle tradizioni difficilmente ne comprenderebbe il significato. Magari si potrebbe lanciare l’idea di un dizionario dei termini “intraducibili” ;)

  4. Ciao Giovanna,
    è vero, la tentazione di adottare termini culturalmente specifici è tanta e in alcuni casi trovo che sia un’ottima soluzione, ad esempio per alcuni prodotti gastronomici tipici come il quark (latticino simile alla ricotta). Bello anche l’esempio che fai col verbo “verschlafen”. Effetivamente ce ne sono tantissimi di verbi dal significato non riassumibile in un’unica parola, anche per la possibilità che offre il tedesco di combinare i verbi con preposizioni, suffissi e altre parole.

  5. Articolo davvero molto interessante. Non conoscendo affatto il tedesco, scoprire queste parole è stato come fare capolino in un mondo nuovo, a me completamente estraneo.
    Bellissima la scelta di un possibile “duotudine”; non so se sia mai stata usata questa parola in una traduzione, ma è segno di grande creatività secondo me. Non dovremmo avere paura a usare parole del genere, a creare.

    Non sarebbe una cattiva idea realizzare una “sottorubrica” sulla falsa riga di questo articolo, nella quale proporre al lettore parole (apparentemente) intraducibili, ogni volta considerando una lingua diversa.

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