La parola è servita

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Brodo di giuggiole

23 novembre 2012
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Voliam… Ma perché un subito

pallore imbianca la tua bella guancia?…

 - Dio bono! quelle giuggiole

m’hanno fatto venire il mal di pancia. -

Rêverie, G. D’Annunzio

 

 

Avete mai sorbito, mai gustato il brodo di giuggiole?

 

In realtà esiste solo nell’espressione figurata andare in brodo di giuggiole per gongolare di gioia, andare in solluchero.

 

La giuggiola condivide la stessa sorte di molti altri scacciapensieri conviviali rotondeggianti  di piccola dimensione come le noccioline, le caramelle e i confetti: una tira l’altra!

E’ un frutto che matura all’epoca della vendemmia, viene di solito consumato fresco o leggermente appassito, quando risulta più dolce. In passato era spesso impiegato come ingrediente di base per marmellate e confetture: utilizzo di recente recuperato per quello che viene impropriamente denominato brodo di giuggiole.

Fin dai ricettari quattrocenteschi era noto invece uno sciroppo di giuggiole, dal sapore dolciastro e con effetti espettoranti: più tardi divenne pasticca di giuggiole, per indicare un confetto a base di estratto di giuggiole, gomma arabica e zucchero. Il termine finì poi per designare la sola pasticca di gomma arabica. Fra l’altro il frutto non un era cibo particolarmente indicato per le mense dei signori: il consumo, poco controllabile, creava costipazioni di visceri ed effetti indesiderati per i convitati a nobili banchetti. Con le giuggiole si poteva cucinare la carne, il pollame in particolare: una sorta di lesso a cui, a metà cottura venivano aggiunti cipolla, ciliegie, uva passa e giuggiole secondo una ricetta arabo-andalusa (muruziya) che pare essere stata alla base del nostrano ambrosino. Ma non è attraverso questa prelibatezza agrodolce medievale che si farà strada il nostro brodo di giuggiole. Forse l’etimologia e le fonti ci possono venire incontro per risolvere l’enigma.

 

La forma attuale del nome del frutto, giuggiola, deriva dal nome della pianta che in latino  era zizĭphum iuiuba (il frutto: iuiuba) e nel greco tardo zizoulà, secondo un processo piuttosto comune per cui il nome della pianta passa a designare il frutto. La forma del greco tardo è alla base del toscano ẓìẓẓola e veneto ẓìẓola e ẓìẓora, zone in cui l’albero cresceva copioso. Il medico senese Andrea Mattioli, laureato a Padova, nei sui Discorsi del 1568 non riconosce la tanto declamata potenzialità curativa delle giuggiole, tuttavia annota che sono particolarmente ricercate “da gli sfrenati fanciulli e dalle donne”.

 

Il Dizionario della Lingua italiana di Tommaseo-Bellini (1861-1879) ci attesta un brodo di succiole per indicare qualcosa “senza sostanza”, di nessun valore. Cosi succiola designa qualcosa di poco conto, scarso senso e capacità (Uomo da succiole, persona ignorante). Al contrario Andarsene in broda di succiole in senso figurato significa “godere assai di checchessia, averne particolare compiacenza”. Tommaseo-Bellini però non ci riporta alcun “brodo di giuggiole”.

 

La succiola (derivato dal verbo succiare, succhiare) in toscano indica la castagna cotta nell’acqua con la buccia (la castagna a lesso, opposta alla castagna arrostita), sinonimo della ben più attestata e diffusa ballotta nota in tutto il paese come una vera leccornia. Il succiolaio, sempre in toscano, indica il venditore di castagne lesse, e la succiolata una bella mangiata di castagne lesse.

Lo stesso castagno si può chiamare succiolo. Le castagne lesse, o ballotte, o succiole, con la loro poco rotonda dolcezza, morbida e farinosa, avevano fatto contente moltitudini di bambini che non conobbero mai il sapore delle caramelle. Erano veri e propri doni nelle occasioni di festa, che neppure i grandi disdegnavano: venivano distribuite come oggi si distribuiscono nelle feste nuziali rustiche i confetti, e regalavano agli invitati momenti di allegria in segno propiziatore di fecondità e benessere. Il medico padovano Michele Savonarola sulla fine del Quattrocento le definì non per nulla “confetto da montanari”.

 

Dobbiamo quindi supporre che ad un certo punto il brodo di succiole sia divenuto di giuggiole per somiglianza fonetica fra i due termini indicanti oggetti diversi (succiola e giuggiola), considerando che zizzola per giuggiola è termine dialettale comune sia al toscano ẓìẓẓola che al veneto ẓìẓola. Ballotta (castagna lessa cotta nell’acqua con la buccia) e giuggiola d’altronde condividevano la stessa sorte: allietare i bambini ed esser graditi nei giorni di festa a grandi e piccini.

Commenti | 6 risposte

  1. Grazie, molto interessante.

    Vista la stagione, suggerisco un commento anche su indietro come le nespole, modo di dire che credo sia usato solo in alcune zone dell’Italia settentrionale, dove per nespola si intende il frutto autunnale del nespolo comune anziché quello estivo del nespolo giapponese.

    • Grazie a Lei per il suggerimento.
      Quanto prima ci occuperemo delle nespole: giuggiole e nespole condividono non solo lo stesso periodo di maturazione, ma, a quanto pare, vengono confuse fra di loro. A presto quindi!

  2. A proposito del modo di dire “essere in un brodo di giuggiole” e di Vocabolari …E’ vero che questa espressione venne riportata già nel 1612 nel Vocabolario degli accademici della Crusca con il significato di “godere di molto di chicchessia”?
    Inoltre ricorderei le eventuali qualità mediche, forse più legate alla povertà di quando se ne faceva più scorpacciate, contro la tosse…e l’autunno si sa è il periodo migliore…
    Aggiungerei anche che la pianta di un “frutto” così gioiosa, quanto dimenticato, è piena di…spine..curioso no?
    Bella la rubrica.

    • Gentile Lavinia, solo l’edizione del 1691, la terza, del Vocabolario della Crusca registra “brodo di succiole” solo come espressione figurata e popolare nel significato che Lei indica, l’unico conosciuto peraltro. Nelle precedenti edizioni non c’e’ alcuna attestazione. Il Fanfani-Arlìa, Lessico dell’infima e corrotta italianità (1881) ricorda che è ammesso il solo “brodo di succiole” dato che solo le castagne, e non le giuggiole, vengono lessate. Le proprietà terapeutiche della giuggiula si esprimono nello sciroppo, adatto per liberare le costipazione di bronchi. La consumazione del frutto fresco viene al contrario sconsigliata.
      A proposito del Vocabolario della Crusca: quest’anno si celebra il quarto centenario della prima edizione, quella del 1612.
      Per il resto si sa: non ci sono rose senza spine!
      A presto!

  3. Secondo gli scritti di Erodoto, le giuggiole potevano essere usate, dopo aver fermentato, per produrre un vino, le cui più antiche preparazioni risalgono a Egizi e Fenici.
    Ad Arquà Petrarca, comune veneto dove i giuggioli sono ancora piantati nei giardini di molte abitazioni, le giuggiole sono utilizzate per realizzare ottime confetture, sciroppi, e il famoso brodo di giuggiole, un antico liquore. (fonte Wikipedia) I frutti del giuggiolo hanno un blando effetto lassativo mentre l’effetto inebriante è dato dalla fermentazione alcolica, da lì, secondo me viene l’espressione “andare in brodo di giuggiole”, ossia cedere all’ebbrezza, all’estasi.

    • Buongiorno e buon anno Alessandro!
      Gli effetti lassativi delle giuggiole sono attestati già in alcuni ricettari quattrocenteschi: per questo il frutto era da consumarsi con parsimonia, sia fresco che in conserva. Cosi pure le proprietà espettoranti erano apprezzate nelle cura delle affezioni bronchiali, da cui la produzione dello sciroppo o pasta di giuggiole. Gli antichi, fin ai nostri nonni, conoscevano bene le proprietà terapeutiche delle piante del loro territorio. E sempre gli antichi sapevano ricavar liquori da ogni frutto, grazie alla fermentazione, in mancanza del più pregiato vino (per esempio il sidro). E si sa che qualunque sia la materia prima, ogni liquore procura estasi…

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