La parola è servita

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Latte alle ginocchia

7 dicembre 2012
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E tra i mondi, come un grigio velo,

erra il fumo d’ogni focolare.

La Via Lattea s’esala nel cielo,

per la tremola serenità.

L’imbrunire, G. Pascoli

 

 

Eccoci di fronte a un’altra espressione figurata. Di certo nessuno ha mai visto, acquistato o peggio bevuto questo misterioso latte che esiste solo nell’espressione: far venire il latte alle ginocchia per indicare qualcuno o qualcosa che annoia, secca oltremisura (Zingarelli 2013) o sentirsi venire il latte alle ginocchia per designare un senso di fastidio, di stanchezza, di impotenza (Grande Dizionario della Lingua Italiana).

Derivato dal latino lacte(m), neutro, latte indica quello che tutti ben conosciamo: un liquido bianco e dolce, secreto dalle ghiandole mammarie dei Mammiferi subito dopo il parto destinato all’alimentazione della prole dei mammiferi nei primi mesi di vita. Impiegato inoltre come sostanza alimentare, in quanto pastorizzato o crudo, a lunga conservazione o fresco o meglio ancora di alta qualità, microfiltrato, intero o scremato, centrifugato, liofilizzato, evaporato, condensato, concentrato, in polvere o secco, inscatolato o in bottiglia, il latte costituisce il primo nutrimento e di conseguenza il nutrimento in assoluto. Solo l’affacciarsi delle intolleranze alimentari sta minando questo suo significato universale.

In virtù della sua funzione vitale, il latte ha generato tutta una serie di locuzioni figurate legate al mondo dell’infanzia e dell’ingenuità (sapere o essere di latte), alla sfera della purezza e bellezza (essere latte e rose), alla crescita e quindi all’apprendimento e conoscenza (tenere latte da qualcuno per essere stato istruito da qualcuno). Col termine “latte” vengono pure denominati per associazione tutti quei prodotti, originari o lavorati, che ne assumono l’aspetto: latte di mandorla, latte di riso, latte detergente, etc.

 

Al latte insomma sono associate tutte immagini vitali e positive che alludono a uno stadio del corpo e della mente in via di sviluppo, anche nel caso della perifrasi ironica “latte dei vecchi” per indicare il vino. Da dove allora il significato di far venire/sentirsi il latte alle ginocchia per indicare qualcosa di terribilmente noioso, fastidioso o peggio di stancante, insopportabile? Il Tommaseo-Bellini (Dizionario della Lingua italiana, 1861-1879) fra l’altro cataloga la locuzione come volgare, e attestazioni in letteratura sono praticamente inesistenti. La ritroviamo in  Alberto Cantoni (scrittore mantovano umorista considerato precursore di Pirandello) “mi son sentito venire il latte alle ginocchia, e ho domandato così per creanza e per onor di firma: che posto ho dunque io nel tuo album?”, e nel torinese scapigliato Remigio Zena “Non fosse in vena o avesse i dolori di pancia, il fisco, un coso stitico, degno anche pel personale del mestiere che faceva, se la sbrigò in poche parole aggiustate alla meglio, come se masticasse castagne secche, da far venire il latte ai ginocchi, dando però botte da orbo addosso alla Bricicca, questo era in regola, trattandola peggio che se avesse rubato dal suo scoglio la Lanterna di Genova”. L’assenza negli autori di una locuzione che tutti bene conosciamo e sappiamo individuare emotivamente ci lascia un po’ perplessi, proviamo delle ipotesi di spiegazione.

 

La prima ci riporta a una pratica antica, quella della mungitura a mano a cui oramai in pochi assistiamo: chi mungeva teneva il secchio fra le ginocchia, seduto su uno sgabello a lato della mucca ad altezza delle mammelle. Il lavoro richiedeva perizia e di certo pazienza, fin tanto che il latte munto riempisse il secchio e arrivasse all’altezza delle ginocchia. L’azione ripetitiva poteva certo stremare il mungitore maldestramente seduto fra le bestie. Ma era un’azione necessaria al sostentamento della famiglia, con il surplus si potevano ricavare latticini (formaggio, burro) e talora anche denaro con la rivendita. Soprattutto riuscire a riempire uno o più secchi di latte era indice di prosperità e vitalità dell’allevamento o della sola mucca che si teneva in casa: insomma segno di benessere. Ci chiediamo perciò se al completo riempimento di un secchio di latte potesse essere associata l’immagine non entusiasmante che si evoca con la locuzione “farsi venire il latte alle ginocchia”.

 

L’altra ipotesi di indagine ci porta a due altre azioni. La prima: a considerare una delle caratteristiche principali del latte: il suo colore (bianco-latte), a un suo derivato aggettivale lattiginoso, e infine alla consistenza che raggiunge quando si caglia: vischiosa e aggrumata. La seconda: alla consultazione dei vocabolari. Riaprendo il buon vecchio vocabolario di latino scopriamo che lactes (al solo plurale e femminile) indica i visceri, meglio l’intestino tenue (al di sotto dell’ombelico per la precisione, Thesaurus Linguae Latinae), le budella degli animali. Con murenarum lactes, latte di murena, i latini definivano la sostanza molle e lattiginosa che si trova nelle interiora. E’ dunque probabile che l’immagine dei visceri (e forse altro!) che per stanchezza, si srotolano, allungandosi e distendendosi fino a toccare le ginocchia possa pure aver dato luogo a quella di rilassamento, noia e impotenza.

 

A voi amici lettori l’ardua sentenza!

 

Foto: Mowie Kay su Flickr.

 

Commenti | 6 risposte

  1. Gentile Annalisa Spinello
    Le ipotesi azzardate per il detto in questione sono quelle che “vanno per la maggiore” ma a dire il vero sembrano piuttosto deludenti per le seguenti ragioni:
    1) non vi è una spiegazione plausibile per il passaggio semantico che da un’operazione quale la mungitura “necessaria al sostentamento della famiglia” ,come da lei sottolineato, sia poi passato a significare fastidio o stanchezza, o meglio come descritto dal Fanfani (voc. dell’uso toscano, 1863): “Quando taluno voglia fare il grazioso o lo spiritoso e non gli si avvenga, o in altro modo si renda svenevole, sicché faccia nausea o noja, dicesi che fa venire il latte alle ginocchia”
    2) anche per quanto concerne una possibile derivazione dalle viscere che si srotolano per stanchezza lascia un po’ dubbiosi
    Mi permetta dunque di prospettare un’altra ipotesi che trova un raffronto documentario.
    La locuzione, che alcuni dicono essere volgare, è di origine toscana (il già citato Voc. dell’uso toscano del Fanfani) ed è proprio del popolino toscano usare motti, modi di dire così icastici che ben rendono l’idea. Secondo alcuni autori (Opuscoli religiosi, letterarj e morali del 1885, pag. 73) il modo di dire deriva dalla sensazione di debolezza provate dalle mamme quando viene loro il latte “ similmente chi è costretto udire un qualche dicitore prolisso, vago e rifriggitore d’insipidi complimenti sente una tal qual fiacchezza alle ginocchia, e s’egli è in piedi, è d’uopo mettersi a sedere. Camillo Cateni nella Cicalata in lode de’ Maccheroni, p.10 ha questo bel tratto: Ma s’ha ella che colle mie facezie, salmisia, e in terra vadia, farei cascare il pan di mano, e venire il latte alle ginocchia delle persone…”.
    Ciò spiegherebbe e la debolezza alle ginocchia e il latte della locuzione, ma c’è di più. Nel suo saggio sul dialetto teramano Giuseppe Savini (La grammatica e il lessico del dialetto teramano, Loescher, 1881, pag. 200) dice testualmente: “Fa calà li zinnette. Dicesi di chi nel discorrere annoia o colla lungaggine, o colla stravaganza di ciò che dice. Il toscano sarebbe: Far venire il latte alle ginocchia”. E si sa bene che le “zinnette” in questione altro non sono che le mammelle dispensatrici di latte materno.
    Cordialmente
    Ivana Palomba

    • Buongiorno Ivana, grazie per aver letto così attentamente il post.
      Concordo con Lei circa la prima osservazione. Per quanto riguarda la seconda, il suo intervento mi permette di esternare delle riflessioni che avevo tralasciato per non annoiare. Le fonti che lei investiga sono, piu’ o meno, quelle da me visionate. Fin qui nulla di strano. Quello che trovo singolare e che mi fa riflettere e’ 1) si tratta di attestazioni, letterarie e non, ottocentesche 2) le fonti letterarie risalgono a quelle di un “poema giocoso” e a due autori “non standard” che solo di recente la critica letteraria ha riconosciuto e che in passato riteneva “minori”; sono autori settentrionali, poco toscani 3) le fonti lessicografiche inoltre sono se non sbaglio di epoca post-unitaria, e a questo periodo risalgono gli inizi di studi folkloristici ed etnografici. L’epressione “latte alle ginocchia” doveva essere trasversale a una fascia socialmente bassa della popolazione, ed avvertita come poco polite, in quanto riconduceva alla caduta metaforica di attributi dell’apparato sessuale e riproduttivo maschile per esprimere un concetto di esasperata impotenza. Che poi nelle varie regioni sia stato possibile declinare con altri termini lo stesso concetto di “impotenza” (usando termini sempre appartenenti alla sfera riproduttiva-sessuale) è piu’ che probabile e comprensibile in questo tipo di locuzioni. Di sicuro l’espressione era ben più documentata nella pratica orale che scrittoria.

  2. Gentile Annalisa
    Mi scusi ma non riesco a ben comprendere il suo scritto.
    Vediamo di mettere un punto e mi corregga se sbaglio. Concorda con me che non sembra plausibile la derivazione del detto dall’operazione di mungitura e dalle viscere srotolate?
    Per quanto concerne invece l’ipotesi interpretativa da me sottopostale lei puntualizza: 1) si tratta di attestazioni, letterarie e non, ottocentesche, scusi cosa vuol dire che non avendo il blasone dell’antichità non sono valide?
    2) ancora più criptica è la sua asserzione: le fonti letterarie risalgono a quelle di un “poema giocoso” e a due autori “non standard” che solo di recente la critica letteraria ha riconosciuto e che in passato riteneva “minori”; sono autori settentrionali, poco toscani- Il “poema giocoso” è una “cicalata” ben documentata dall’Accademia della Crusca e della quale si servirono non disdegnandone: Michelangiolo Buonarroti il giovane, Valerio Chimentelli, Niccolò Arrìghetti, Orazio Rucellai, Carlo Dati, Lorenzo Panciatichi, Luigi Rucellai, Lorenzo Magalotti e così via.
    Poi non so cosa voglia intendere con autori “standard” e relativamente alla toscanità non vedo come un linguista quale Giuseppe Savini non possa dissertare di detti toscani, in quanto a Camillo Cateni pseudonimo di Camillo Alysio non ho molte notizie in merito, a parte una sua versione in latino del “Lamento di Cecco da Varlungo” e ciò la dice lunga sulla sua frequentazione fiorentina, le sarei quindi grata potesse indicarmi qualcosa sulla sua settentrionalità.
    3) avanza poi l’ipotesi di una possibile derivazione dall’attributo maschile riproduttivo, potrebbe anche essere, ma esiste qualche attestazione in tal senso?
    La ringrazio e cordialmente la saluto
    Ivana Palomba

    • Cara Ivana, dunque:
      sono assai poco propensa a credere a uno slittamento semantico dall’azione della mungitura alla locuzione in oggetto. Rilevo tuttavia che l’epressione “son arrivato col latte alle ginocchia/ai ginocchi” si usava per dire “ho riempito il secchio di latte” (quindi senso proprio e non figurato). Si tratta di attestazioni orali, non riscontrate in forme scritte, limitatamente alla mia indagine ovviamente.
      1. e 2. Per quanto riguarda questi punti, non credo sia la sede opportuna per discuturne: altri e migliori di me hanno trattato ampiamente di canone letterario, di quali autori includervi e quali no. Lo stesso valga per le forme e generi: non sta a me definire quale sia il genere minore o dominante, ho ritenuto solo far presente come gli autori presi in esame non fossero quelli più noti al pubblico (per farla breve e molto riduttiva: non inclusi nelle antologie scolastiche). Circa la “toscanità”: non metto in dubbio la scientificità di nessun studioso. Ma una cosa è studiare la lingua, un’altra è praticarla e scriverla: son due mestieri diversi. E nell’Ottocento ancora Lei saprà meglio di me che la “questione della lingua” infervorava gli animi e induceva a sperimentalismi linguistici. La lingua di Remigio Zena, per esempio, è ancora in fase di studio. Credo in generale ci voglia sempre prudenza nel considerare le attestazioni in fatto di lingua: nello specifico il raggrumarsi di ricorrenze della locuzione “latte alle ginocchia” in un solo secolo e in pochi autori “marginali” (non c’e’ in Nievo per esempio) mi trattiene nel campo delle ipotesi e mi impedisce di formulare vere e proprie tesi.
      3. Si, ipotizzo che l’espressione si riferisca all’apparato riproduttivo maschile. Non ho trovato attestazioni: mi sarei stupita del contrario.
      Grazie per l’attenzione.
      Annalisa

  3. Cara Annalisa
    Desidero ringraziarla per la pronta risposta e concordo con lei che non è la sede adatta per disquisire di forme e generi letterari.
    C’è da sottolineare tuttavia che i modi di dire, così presenti nella nostra cara lingua, sono un “piccolo e variopinto patrimonio espressivo” come ebbe a dire Maria Luisa Altieri Biagi ed aggiungerei che sono l’anima del nostro popolo per cui più facilmente si trovano nei cosiddetti scrittori minori. Vorrei inoltre farle rilevare che è caduta in contraddizione quando sostiene che “si trattiene dal formulare tesi” per attestazioni circoscritte ad un solo secolo e in pochi autori marginali ma nel contempo formula una sua ipotesi interpretativa che il detto si riferisca all’apparato riproduttivo maschile senza alcuna attestazione.
    Al piacere di risentirla, cordialmente
    Ivana Palomba

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