Percentuale di Italiani attivi nell'industria. Confronto tra 1951 e 1971

Italia L’Italia repubblicana (1946-1991)

Il costo della guerra fu pesantissimo: nel 1945 risultava distrutto circa il 20% del patrimonio nazionale. Dopo un primo governo di transizione presieduto da Ferruccio Parri (1945), esponente del Partito d’azione, la guida passò in dicembre al leader della Democrazia cristiana, Alcide De Gasperi, che formò un governo di coalizione comprendente anche socialisti e comunisti, restando poi alla guida del governo per otto ministeri dal 1945 al 1953. Le elezioni del 2 giugno 1946 per l’Assemblea costituente, in cui per la prima volta votarono anche le donne, fecero emergere la forza dei tre partiti di massa, DC, PSI, PCI. Lo stesso giorno venne tenuto il referendum popolare istituzionale, che portò alla proclamazione della repubblica. Nel febbraio 1947 venne firmato a Parigi il trattato di pace, in base al quale l’Italia, perdute le colonie, cedette alla Iugoslavia l’Istria, Fiume e Zara e alla Francia Briga e Tenda; Trieste formò un territorio libero. Sempre nel 1947 i socialisti si scissero in un Partito socialista, strettamente alleato con i comunisti, e in un partito socialdemocratico. Nel maggio De Gasperi, nel clima della guerra fredda, deciso a far poggiare la politica italiana su una salda alleanza con gli USA, pose fine alla collaborazione di governo con le sinistre, chiudendo così la fase dell’unità antifascista. Il 1° gennaio 1948, conclusisi i lavori dell’Assemblea costituente (1946-47), entrò in vigore la Costituzione, che introduceva in Italia una repubblica democratica parlamentare. Le elezioni dell’aprile 1948 diedero una grande vittoria alla DC, che ottenne il 48,5% dei voti, segnando la sconfitta del PCI, divenuto però il primo partito della sinistra, e del PSI uniti in un Fronte popolare, i quali videro così frantumarsi la loro strategia diretta, secondo la formula di Togliatti, a introdurre in Italia una “democrazia progressiva” orientata in politica estera in senso filosovietico. De Gasperi diede vita al suo quinto ministero, con la partecipazione di liberali, repubblicani e socialdemocratici. Ebbe così inizio l’era del centrismo. In maggio fu eletto presidente della repubblica Luigi Einaudi. In luglio il capo del PCI, Togliatti subì un grave attentato, con un seguito di disordini. I conflitti politici determinarono la scissione della Confederazione generale del lavoro, portando alla formazione della UIL (socialdemocratica) e della CISL (cattolica). Fra il 1945 e il 1948, grazie anche agli imponenti aiuti americani (piano Marshall) e alla moderazione della sinistra, la ricostruzione economica conseguì un sostanziale successo, tanto che nel 1954 la produzione globale risultava quasi raddoppiata rispetto a quella del 1938. Nel 1949 l’Italia aderì al Patto atlantico e alla NATO. Fra il 1948 e il 1953 De Gasperi tenne saldamente il potere. Nel 1950 fu varata la riforma agraria, che spezzò il latifondo meridionale e fu costituita la Cassa per il Mezzogiorno; ma la politica meridionalistica, volta a modernizzare l’agricoltura del sud e a creare i presupposti dello sviluppo industriale, nonostante le ingenti erogazioni dello stato, diede risultati modesti, alimentando un vasto clientelismo a sfondo politico. Il 1953 segnò la crisi del “centrismo” degasperiano. Le elezioni, non avendo dato la maggioranza assoluta alla DC e ai partiti alleati, non fecero scattare la legge maggioritaria voluta dalla DC e introdotta dopo un aspro dibattito parlamentare (battezzata dalle opposizioni “legge truffa”). Formato un ottavo ministero, De Gasperi, non avendo ottenuto la fiducia, cedette il governo a Giuseppe Pella (1953-54). Nel 1954 Trieste tornò all’Italia. Nel 1955 venne eletto presidente il democristiano Giovanni Gronchi. Nel 1956, anno della denuncia dei crimini di Stalin e dell’invasione sovietica dell’Ungheria, i socialisti posero fine alla loro alleanza con i comunisti. Nel 1957 l’Italia aderì al Mercato comune europeo (MEC). In conseguenza del duplice fenomeno della crisi del centrismo e del distacco del PSI dal PCI, si fece strada nei partiti al potere, nonostante forti opposizioni, l’idea di un possibile allargamento dell’area di governo ai socialisti. Dopo un periodo di governo monocolore DC, presieduto da Fernando Tambroni, che rappresentò un estremo tentativo di impedire questa apertura e che nel luglio del 1960 provocò dure agitazioni con numerosi morti per le sue aperture al Movimento Sociale Italiano, il partito neofascista, nel 1962, per il principale impulso dei democristiani Aldo Moro e Amintore Fanfani, fu inaugurata la fase del centrosinistra. A questa svolta politica fu contrario il democristiano Antonio Segni eletto presidente nel 1962. Amintore Fanfani formò un governo (1962-63) con l’appoggio parlamentare dei socialisti, e mise in atto la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Nel 1963 Moro formò il primo governo organico di centrosinistra, con la partecipazione diretta dei socialisti. Egli rimase al potere fino al 1968, fortemente contrastato non solo dai comunisti, ma anche dalle forze conservatrici, interne ed esterne al suo partito, e dai neofascisti. Nel 1964 il generale De Lorenzo progettò persino una svolta reazionaria, da mettersi in atto con mezzi militari (“piano Solo”). Nel 1964 fu eletto presidente il socialdemocratico Giuseppe Saragat. I governi Moro furono scarsamente incisivi; il che contribuì, a partire dalla fine del 1967, a suscitare un’ondata di contestazione politica e sociale, prevalentemente operaia e studentesca, avente radici internazionali, la quale, estesasi l’anno seguente, diede origine a quello che venne chiamato “il Sessantotto”. Dopo che tra il 1968 e il 1970 fu approvato l’ordinamento regionale, nel 1970 fu varato lo Statuto dei lavoratori, che fissò un sistema di garanzie di grande importanza, e venne approvata la legge che introduceva il divorzio, nonostante la durissima opposizione cattolica. Ma i conflitti interni esplosero violenti. Nel 1969 un attentato a Piazza Fontana a Milano, che provocò 16 morti, segnò l’inizio di un’ondata di terrorismo, inizialmente alimentato dagli estremisti di destra e in seguito anche da quelli della sinistra extraparlamentare. Dall’universo delle organizzazioni terroristiche, che misero in atto sequestri, attentati, assassinii e stragi, emersero le Brigate rosse. Assai grave fu l’infiltrazione nelle file del terrorismo di destra di corpi deviati dello stato, i quali ne appoggiarono le azioni con propositi autoritari. La diffusa corruzione pubblica, che ebbe il suo epicentro nell’area di governo, portò nel 1974 alla legge per il finanziamento dei partiti da parte dello stato; ma la sua attuazione non valse ad attenuare la piaga. Le elezioni amministrative del 1975 e quelle politiche del 1976 rappresentarono un rilevante successo per il PCI, il quale aveva trovato in Moro, dopo che il segretario del PCI Enrico Berlinguer aveva nel 1973 auspicato un compromesso storico fra sinistre e mondo cattolico, un interlocutore convinto che fosse necessario, data la gravità della crisi interna, aprire un nuovo corso della politica nazionale. Mentre era in atto un governo monocolore, detto di “solidarietà nazionale”, data la partecipazione alla maggioranza parlamentare dei comunisti, e presieduto da Andreotti (1976-78), Moro fu rapito e quindi ucciso dalle Brigate rosse (1978). La sua linea politica fu così liquidata. Nel 1978 fu eletto alla presidenza della repubblica il socialista Sandro Pertini, destinato a grande popolarità, che succedette al democristiano Giovanni Leone, eletto nel 1971 con i voti dei neofascisti e dimessosi dopo un grave scandalo che lo coinvolse direttamente. Verso la fine degli anni Settanta i terrorismi di destra e di sinistra, anche se ancora attivi, risultavano ormai politicamente sconfitti. Sempre nel 1978 si aprì un rinnovato accordo di governo fra la DC e il PSI, guidato dal 1976 da Bettino Craxi. Nel 1981, rispecchiando una crisi di leadership della DC, venne nominato presidente del Consiglio il repubblicano Giovanni Spadolini (1981-82). In un clima di corruzione e di intrighi, scoppiò lo scandalo della Loggia P2, organizzazione segreta con fini politici antidemocratici. Nel 1983 assunse la guida del governo, per la prima volta nella storia nazionale, un socialista, Bettino Craxi (1983-87), sotto la cui presidenza venne affrontata una crisi di rapporti, rapidamente composta, con gli Stati Uniti in seguito al dirottamento a opera di palestinesi della nave Achille Lauro; fu efficacemente contrastato il processo di inflazione; e Stato e Chiesa firmarono nel 1984 un nuovo concordato, che segnò la fine dello stato confessionale, non essendo più riconosciuta quale religione di stato la religione cattolica. Dopo la caduta del governo Craxi la guida della vita politica italiana tornò alla DC. Le elezioni anticipate del giugno 1987 premiarono i due partiti maggiori della coalizione, la DC e il PSI, ponendo le premesse di un’ulteriore riedizione del pentapartito (dal 1991 quadripartito, dopo l’uscita del PRI dalla maggioranza) fino alle elezioni del 5 aprile 1992. In questa fase della storia repubblicana – durante la quale i principali governi furono retti da Ciriaco De Mita (1988-89) e da Andreotti (1989-91) – ebbe un ruolo assai attivo e inedito il presidente della repubblica Francesco Cossiga (1985-92), che intervenne a più riprese con le sue “esternazioni”, soprattutto nell’ultimo periodo del suo mandato, nel dibattito politico. Nel contesto più generale prima della perestrojka gorbacëviana, poi della caduta dei regimi comunisti nell’Europa centro-orientale e della dissoluzione dell’Unione Sovietica, la crisi delle coalizioni di governo divenne infine la crisi di un intero sistema politico, che si era formato e sviluppato in Italia nel contesto della guerra fredda. Alla vigilia delle elezioni del 1992 sembrava ancora praticabile la strada di un rinnovato accordo tra la DC e il PSI, con la duplice candidatura di Craxi alla presidenza del Consiglio e di Arnaldo Forlani alla presidenza della Repubblica. Già negli anni immediatamente precedenti, tuttavia, erano iniziati radicali mutamenti che provocarono un profondo rivolgimento del sistema politico italiano, trasformatosi in un vero e proprio crollo del sistema dei partiti. Nel primo quarantennio repubblicano l’Italia subì una grande trasformazione economica, passando da paese agricolo-industriale a paese industriale-agricolo. Gli anni Cinquanta e Sessanta fecero parlare di un “miracolo” economico italiano, pur nel quadro degli irrisolti squilibri fra nord e sud, di cui era stata una spia la grande ondata dell’emigrazione meridionale verso le città industriali settentrionali e il nord europeo. La crisi petrolifera del 1973 aveva aperto un periodo di difficoltà per il mondo produttivo, dando inizio a un accentuato fenomeno inflativo. Gli anni Ottanta videro un’importante ristrutturazione degli apparati produttivi, accompagnato dalla crescita del ruolo dell’“economia sommersa”. Il continuo dilatarsi della spesa pubblica provocò un fortissimo indebitamento dello stato, sullo sfondo del quale vennero per l’appunto a prodursi grandi cambiamenti di natura politica.