riscaldamento globale

Sin da quando ero ragazzina, ho sviluppato un interesse per le questioni legate al cambiamento climatico; essendo cresciuta in campagna, mi accorgevo delle anomalie meteorologiche (e non *metereologiche!) molto più che stando in città, dato che il clima è intimamente legato al ciclo di vita delle piante, al loro benessere o malessere. Dunque, ricordo molto chiaramente la straordinaria nevicata del 1985. Era gennaio, d’accordo, ma in Toscana si arrivò a venti gradi sottozero: gli olivi e le viti ne risentirono più di tutti, tanto che ancora oggi, girando per il Chianti, si vedono i segni di quel gelo polàre.

Fu la prima volta che sentii parlare di riscaldamento globale o, in inglese, global warming, il che sembrava controintuitivo, visto il gran freddo; solo col tempo ho compreso che l’espressione indicava una “fase climatica della Terra caratterizzata da un aumento generale della temperatura, dovuto a fattori naturali, quali i cicli solari, o all’antropizzazione, come l’effetto serra”, e che poteva anche indicare, in generale, anomalie del clima, non solo grandi caldi. Anomalìa: una parola anzianotta, dato che entra in italiano nel 1587 dal greco, passando per il latino e forse anche dal francese, dove troviamo il termine corrispondente anomalie; indica una “deviazione da ciò che è considerato normale, regolare”. Qui la troviamo accostata a clìma, altro termine che ci arriva dal greco (dove klìma significava ‘inclinazione’), e che indica le condizioni atmosferiche medie che caratterizzano una regione e anche il loro andamento. Come ci ricorda Donatella Spano nella sua Definizione d’autore, il clima gioca un ruolo rilevante nel modulare le caratteristiche ambientali e, di conseguenza, influisce anche sulle culture e sulle abitudini delle popolazioni.

clima

È affascinante leggere, nel vocabolario, l’elenco di caratteristiche che il clima può avere: buono o cattivo, caldo o freddo, rigido; marittimo o continentale, umido o asciutto ma anche secco, arido; salùbre (e non *sàlubre, mi raccomando!), sano oppure malsano, insalùbre; mite, dolce o aspro, crudo; clemente o inclemente; mediterraneo, equatoriale, tropicale, desertico, polare, temperato, torrido… La prossima volta che dobbiamo commentare il clima, insomma, non limitiamoci ai soliti aggettivi!

Il cambiaménto, come ci ricorda Luciano Canfora, è il fenomeno più importante della storia umana e della storia naturale. Il cambiamento climàtico è a sua volta un fenomeno piuttosto rilevante, per la Terra e anche per il genere umano: ricordiamo per esempio che probabilmente è stato proprio un brusco cambiamento del clima a portare all’estinzione dei dinosàuri, altro termine interessante: è il composto del greco deinós ‘terribile’ e sâuros ‘lucertola’ e risale al 1864.

riscaldamento globale

Sperando che a noi vada un po’ meglio che alle “terribili lucertole”, da ragazzini abbiamo imparato a guardare con timore al buco nell’ozòno, che nel gergo giornalistico indica “l’impoverimento della concentrazione di ozono nell’ozonosfera che si rileva sopra l’Antartide specialmente nei mesi di settembre-ottobre”. L’ozono sembra qualcosa di misterioso, ma non è altro che una molecola fatta di tre atomi di ossigeno invece che di due, come al solito (è una forma allotròpica dell’ossigeno, se volete fare un figurone); ma il buco nello strato dell’ozono è ritenuto uno degli effetti potenzialmente più pericolosi dell’inquinaménto (una parola così comune che non sappiamo esattamente da dove derivi!). In particolare, hanno influenza sul buco nell’ozono le emissióni di gàs che provochiamo fondamentalmente noi umani con il nostro stile di vita. E a proposito di gas, questa parola ha un’origine insospettabile: il suo “papà” è un chimico olandese, J. B. Van Helmont (1577-1644), che la crea partendo dal termine latino chăos.

ambiente

Al variare del clima varia, ovviamente, la temperatùra (parola che in latino indicava la ‘mescolanza in giusta misura [di caldo e freddo, umido e secco]’); così, da quale tempo, abbiamo picchi anomali di caldo, ondàte di freddo e fenomeni atmosferici particolarmente intensi: le bombe d’acqua, modo in cui i giornalisti chiamano precipitazioni di pioggia brevi ed estremamente violente (una volta dicevano nubifràgio, letteralmente ‘rottura delle nuvole’, ma forse non era un termine altrettanto espressivo) o il gelicìdio, parola che negli ultimi anni è stata scambiata a più riprese per un neologismo, senza esserlo affatto. Gelicidio, infatti, risale al 1320 e deriva dal latino gelicīdium, da ricondurre al verbo cădere ‘cadere’ e non a cāedere ‘tagliare, abbattere (tagliando)’. Il gelicidio è un “fenomeno per cui uno strato di ghiaccio, sottile e vetroso, si forma immediatamente su superfici a temperatura inferiore a zero gradi colpite da pioggia” ed è molto pericoloso per le piante e anche per chi deve uscire per strada, che a volte è ghiacciata senza sembrarlo. Gelicidio come stillicìdio, dunque, ossia ‘caduta di gocce’, e non come omicìdio, che invece deriva proprio da cāedere: quante scoperte si fanno sfogliando un dizionario!

gelicidio