vocabolario

Come si fanno i vocabolari? Come si raccolgono e si scelgono le parole contenute in un vocabolario sincronico, o dell’uso, come lo Zingarelli? Cosa viene inserito nel dizionario e cosa rimane fuori? Il mestiere del lessicografo, cioè di chi compila i vocabolari, è cambiato molto, nel corso dei secoli. Vediamo come.

Prima dell’avvento dell’informatica, i dizionari erano per forza di cose basati sulle competenze dei singoli studiosi, che, tutti assieme, contribuivano a stilare un elenco il più possibile completo delle parole di una lingua. Per ogni branca della conoscenza, un esperto (o un gruppo di esperti) cercava di fornire una lista dei termini di quel settore. I lessicografi compulsavano opere letterarie, o in generale andavano in giro con le orecchie drizzate per cogliere i termini impiegati dalle persone (anche se per un lungo periodo si è data poca importanza alla lingua dell’uso vivo, preferendole fonti letterarie). Non c’era modo di controllare che gli elenchi fossero completi, e i criteri di compilazione del lemmario, per quanto si provasse a renderli scientifici, non potevano sistematizzare completamente la complessità del lessico di una lingua. Aveva un ruolo ancora molto rilevante il gusto dei singoli partecipanti ai lavori, per cui era possibile che si scegliesse di non inserire un termine, seppure largamente impiegato, perché “brutto” o volgare.

Ugualmente imperfetti da un punto di vista scientifico potevano essere i corpi dei lemmi: non c’era proprio modo di far sì che lo stile delle voci fosse omogeneo, perché non esisteva un metodo per fare controlli incrociati dei testi precisi come quelli possibili oggi. A parte le discrepanze dovute a gusti personali, preferenze, diverse preparazioni scientifiche ecc., le voci stesse presentavano quindi difetti nella loro formulazione: spiegavano, sì, la parola, ma in maniera spesso impressionistica, imprecisa e nemmeno neutra, facendo magari emergere i pregiudizi dell’autore della voce.

Un enorme cambiamento nella lessicografia avviene con l’avvento dei computer. Da quel momento in poi, i lessicografi si appoggiano a strumenti informatici per fare vocabolari con criteri molto più scientifici e stringenti di prima. Oggi, le opere lessicografiche si basano sui corpora, grandi raccolte di testi di ogni genere (letterari, giornalistici, radiofonici, televisivi, tratti dai nuovi media) che vengono aggiornate nel tempo, e dalle quali si traggono, con strumenti statistici, le parole che hanno un “peso” sufficiente nell’uso. Insomma, tutte le parole che ricorrono nell’uso vivo al di sopra di una certa percentuale finiscono nel dizionario, tutte quelle sotto una certa percentuale invece ne rimangono fuori (o vengono segnalate come parole in disuso, “moribonde”, se magari stanno scomparendo dall’uso). Nessuno decide se mettere una parola nel dizionario o meno in base alle proprie convinzioni o ai propri gusti. Nulla di sufficientemente rilevante nell’uso viene censurato a priori. Questo vuol dire che in un dizionario sincronico troveremo anche le parole volgari, gli insulti, i termini che secondo qualcuno sono denigratòri, le parole che si riferiscono a teorie o convinzioni ascientifiche. E, a parte specifiche segnalazioni (le parole volgari sono segnalate con la marca volg.; se un termine è usato prevalentemente con accezione negativa, questo verrà specificato, eccetera), su una qualsiasi parola non vengono espressi giudizi di bellezza, bruttezza, correttezza o scorrettezza.

Prima dei computer, inoltre, era impossibile controllare che ogni termine usato all’interno delle trattazioni delle voci fosse a sua volta a lemma. In altre parole, leggendo un dizionario del passato, il corpo della trattazione di un lemma poteva contenere una parola che quello stesso dizionario non spiegava da nessuna parte. Questo difetto strutturale è stato corretto proprio grazie ai computer, e oggi è possibile garantire la circolarità del dizionario, ossia che ogni parola contenuta al suo interno sia a sua volta lemmatizzata, cioè spiegata.

Oggi il dizionario tenta di essere più neutro possibile nel censire le parole di una lingua. Anche perché le parole quasi mai sono “giuste” o “sbagliate” di per sé: sono giuste o sbagliate a seconda del contesto in cui le inseriamo e delle intenzioni con cui le usiamo; le connotazioni (“quella parola è offensiva!”; “quel termine è lesivo dei riguardi di un certo gruppo!”) sono qualcosa che dipende, molto spesso, dal modo in cui noi decidiamo di impiegarle. Il dizionario non ci può e non ci deve dire se possiamo usare o meno una parola, ma solo se tale parola è di uso abbastanza esteso da essere registrata nel lemmario. Se il vocabolario contenesse solo le parole che qualcuno ha deciso essere “giuste”, sarebbe, anzi, assai preoccupante. La domanda ancora più preoccupante potrebbe essere: “Chi decide che una parola è giusta o sbagliata?”. Preferisco un mondo in cui siamo noi parlanti ad avere questo potere decisionale.

Ovviamente, un dizionario sincronico non è un oggetto statico, ma varia, anno dopo anno, proprio in base alle scelte, alle preferenze, ai cambiamenti impressi sulla lingua da noi, suoi parlanti. Ricordiamoci, insomma, che il vocabolario registra i nostri comportamenti linguistici, non viceversa.