La parola al traduttore

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Troppo inglese

13 febbraio 2012
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Accelerando

Spesso non è facile tradurre fantascienza: anche se sei un’appassionata del genere e la leggi sin da bambina, ci sono volte in cui è più difficile del solito. Non dipende tanto dal dover inventare termini nuovi, anche se già di per sé rappresenta una bella sfida, ma dalla necessità di rendere nella propria lingua l’invenzione di uno scrittore che spesso parte dalla tecnologia presente e la proietta nel futuro.
Se poi l’autore in questione è Charles Stross, programmatore e farmacista, le cose si complicano ancora di più.
Mi accingevo a tradurre alcuni racconti di Accelerando, che aveva vinto il Locus Award ed era stato tra le nomination dei premi Hugo, Campbell, Clarke e British Science Fiction Association. Insomma, un romanzo molto importante e apprezzato, ma anche una bella gatta da pelare.
Il buongiorno si vede dal mattino, e in questo caso dalla quarta pagina, dove mi trovo davanti questa frase:

“A rogue advertisement sneaks through his junkbuster proxy and spams glowing fifties kitsch across his navigation window – which is blinking – for a moment before a phage process kills it and spawns a new filter”.

Mi armo di santa pazienza e comincio le ricerche. Scopro che il junkbuster è un proxy che filtra le richieste del browser per evitare che venga scaricata spazzatura. Il mio primo istinto è di lasciare il termine in originale: chi leggerà questo libro sarà sicuramente un patito informatico, e saprà cos’è. Il problema è che dopo qualche pagina mi rendo conto che tutto il libro è così, e quindi devo trovare una soluzione in italiano, per lasciare in inglese soltanto alcuni termini entrati ormai nel linguaggio comune.
Consulto un po’ di amici esperti del settore, che mi spiegano con esattezza cosa intende dire l’autore… usando quasi sempre termini inglesi, perché il junkbuster proxy, dicono, “si chiama così anche in italiano”.
Alla fine mi lancio in una traduzione della frase che possa far capire di cosa si parla anche ai non esperti della materia:

“Una pubblicità illegale si infila nel suo proxy ammazzaspot e per un attimo spamma luccicante kitsch anni Cinquanta sulla sua finestra di navigazione, che lampeggia, prima che un processo batteriofago la uccida e generi un nuovo filtro”.

La frase passa il controllo degli esperti, anche se loro continueranno a chiamarlo junkbuster proxy

© Flora Staglianò

Commenti | 2 risposte

  1. “per lasciare in inglese soltanto alcuni termini entrati ormai nel linguaggio comune”

    Interessante frase.
    Il traduttore e ancor più il giornalista, il pubblicitario, il redattore di wikipedia italiana, ecc. hanno un ruolo fondamentale nel determinare quello che è e sarà il linguaggio comune. Assecondare la tendenza è un errore. Il nostro genio italiano è forse così prosciugato da aver gettato la spugna di fronte alla sfida del rinnovamento del linguaggio?

  2. Gentile Andrea,

    la Sua è una giusta osservazione: chi lavora con e sulla lingua si fa carico della grossa responsabilità di far circolare un linguaggio plausibile e rispettoso della natura della lingua che utilizza. La lingua è un organismo vivente e sfuggente, che si trasforma e si rinnova in continuazione, a volte traducendo, a volte fagocitando e a volte inglobando termini e concetti che prima di quel contatto le erano estranei. Per questo motivo, molte sono le parole, specie dall’inglese, entrate nell’uso corrente. In italiano diciamo computer e mouse, mentre il francese e lo spagnolo, ad esempio, hanno i loro bei traducenti (ordinateur/souris, ordenador/ratón). L’italiano è lingua sufficientemente elastica per adattarsi o reinventarsi di fronte alle parole straniere, a volte scegliendo di creare parole nuove, altre accettando di buon grado prestiti e inserimenti. Non ci sono regole, né si può prevedere come evolverà, nell’uso fattone dai parlanti, l’invenzione di un termine nuovo o l’accettazione di un termine straniero. Il tour de force linguistico che ha affrontato Flora Staglianò riguardava appunto questo dilemma.
    Simona Mambrini

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