Carnevàle è il periodo dell’anno che precede la Quaresima. La sua ultima settimana viene festeggiata con balli e corsi mascherati in tutta Italia; sono particolarmente famosi il Carnevale di Viareggio e quello di Venezia. Il nome deriva da carne+levare, originariamente in riferimento al giorno precedente la quaresima, in cui cessava il consumo di carne.

carnevale

Il termine è diventato proverbiale (si pensi al detto “A Carnevale ogni scherzo vale”), ed è passato a significare, in generale, “baraonda, chiasso, confusione” come nell’espressione fare carnevale. Da esso derivano anche i termini carnevalàta per “pagliacciata” e carnevalesco per “privo di ritegno”. In alcuni testi letterari si può trovare la variante carnascialésco; questo aggettivo viene da carnasciàle, derivato di carne+lasciare, antica espressione toscana con la quale si indicava nient’altro che… il Carnevale.  Quarésima, dal canto suo, deriva dal latino quadragēsima(m) “quarantesima”; nel latino ecclesiastico, era sottinteso dĭe(m) per indicare il “quarantesimo giorno (prima della Pasqua)”.

La caratteristica che accomuna tutta l’Italia nel Carnevale è il consumo di cibi particolarmente ricchi, possibilmente fritti, simbolo massimo dell’opulenza alimentare. Il dolce di Carnevale per eccellenza sono i cénci, dolcetti di pasta preparata con farina, zucchero e uova, possibilmente “drogata” con una goccia di liquore, tagliata in varie forme e fritta in abbondante olio. A seconda dei posti, questa ricetta di base viene poi arricchita da cioccolato, vin santo, miele o mascarpone.

In Toscana portano questo nome, ma più o meno ogni regione d’Italia ha il suo modo di chiamarli: lattughe o chiacchiere in Lombardia, grostoli o crostoli nella parte nord-orientale della Penisola; frappe in Emilia (ma anche nel Lazio), con una parola derivante dall’antico francese frape, 1437, che in centro Italia indica le balze che possono decorare abiti, tendaggi ecc.; galani in veneto, dallo spagnolo galàn che significa “elegante”, passato in italiano a indicare un fiocco vistoso; bugìe in Piemonte e anche… lengue d’ ‘a socra (“lingue della suocera”) a Napoli. I nomi fanno riferimento o alla forma, o alla leggerezza della leccornia (come sono leggere le chiacchiere senza importanza). E non finisce qui: altri nomi per questi piccoli capolavori sono intrigoni, maraviglias, cioffe, fiocchetti, rosoni, saltasù, donzellini, nastrini, testi di turchi.

chiacchiera

La creatività popolare si è davvero sbizzarrita nel nominare questo dolcetto, che oltretutto si ritrova anche all’estero: kroštule in Croazia, bugnes in Francia, Raderkuchen in Germania, xkunvat a Malta, klejner in Danimarca, csöröge fánk in Ungheria, faworki in Polonia, minciunele e scovergi in Romania, verhuny in Ucraina. Questi sono solo alcuni esempi di squisitezze di pasta fritta dolce, simili ai cenci, che si ritrovano un po’ in ogni parte d’Europa e che, varcando l’oceano, sono arrivate addirittura negli Stati Uniti. Qui le pasticcerie “etniche” li vendono con il nome di angel wings (“ali d’angelo”). In ogni caso, paese che vai, l’importante, tanto più a Carnevale, è… friggere!

Altra caratteristica che contraddistingue il Carnevale è ovviamente l’uso delle màschere. Questa parola comunissima, come spesso succede, ha un’etimologia poco chiara: forse deriva da masca “strega”, di origine preindoeuropea (1353). Ci sono, come insegnano i supereroi, le maschere per coprirsi il volto, e, soprattutto in questo periodo dell’anno, le maschere tradizionali della commedia dell’arte italiana, nate in larga parte tra il Cinquecento e il Settecento: le più note sono Arlecchino, Balanzone, Brighella, Capitan Fracassa, Colombina, Gianduja, Meneghino, Pantalone, Pulcinella, Rugantino, Stenterello, Tartaglia e Zanni, ma ogni parte d’Italia ha le sue, troppe da enumerare. “Nella maschera c’è qualcosa di profondamente eversivo”, scrive Toni Servillo nella sua definizione d’autore, che puoi leggere integralmente qui.

maschera

Il Carnevale, oltre al cibo grasso e abbondante e alle maschere, non sarebbe tale se non si lanciassero in aria le stélle filànti, “rotelle di strisce di carta variamente colorate che si lanciano in aria facendole srotolare”, e i coriàndoli. Nelle lingue di molti paesi europei, questi “dischetti di carta […] che, in periodo di Carnevale, si usa gettare per gioco addosso alle persone” sono chiamati confetti.

coriandoli

Come spesso succede, l’etimologia ci corre in aiuto per comprendere quale possa essere l’apparentemente misteriosa relazione tra coriandoli e confetti: nel Rinascimento, sia ai matrimoni che in occasione del Carnevale, in Italia era uso lanciare sulle persone dei veri e propri confettini di zucchero; questi, invece che contenere una mandorla, avevano spesso al loro interno i semi della pianta del coriandolo, motivo per cui venivano chiamati anche coriandoli. Successivamente, il nome confetti è rimasto in altre lingue, mentre in italiano ha prevalso coriandoli.

Nel frattempo, all’incirca dall’ultimo ventennio dell’Ottocento, si presero a lanciare in aria e sulle persone non più dolcetti, bensì dischetti di carta colorata. E forse è meglio che si sia passati alla carta, dato che ricevere negli occhi una gragnuola di confetti, per quanto piccoli e graziosi, doveva essere infinitamente meno piacevole degli attuali coriandoli!