debito

Di questi tempi si parla moltissimo – in maniera più o meno competente – di questioni di economia. Partiamo da uno dei termini più menzionati e forse meno amati: debito. Si tratta di una voce dotta, dal latino dēbitu(m), participio passato di debēre ‘dovere, essere tenuto’, data di prima attestazione in italiano 1306. Nel linguaggio del diritto indica ‘ciò che è dovuto ad altri per adempiere a un’obbligazione avente per oggetto specialmente denaro’: si parla, quindi, di contrarre un debito, pagare un debito, debito di gioco; essere oberato dai debiti, affogare nei debiti. In economia troveremo espressioni come debito pubblico, ‘l’ammontare del debito contratto dallo Stato nei confronti di soggetti pubblici o privati che hanno sottoscritto sue obbligazioni (BOT, CCT, BTP ecc.)’, debito sovrano, cioè ‘dello Stato’ e carta di debito o di addebito, ‘tessera magnetica che abilita il titolare a pagare mediante giroconto immediato, con addebito sul proprio conto corrente, i beni e servizi acquistati presso dei punti vendita collegati a una rete di trasmissione elettronica dei dati’. Non va confusa, quest’ultima, con la carta di credito, ‘tessera magnetica rilasciata da una banca o altro istituto che permette al titolare di fruire di beni e servizi senza esborso di contanti’. Dal canto suo, il menzionato credito è voce dotta, dal latino crēditu(m) ‘cosa affidata’, participio passato di crēdere ‘affidare, credere’, in circolazione già da prima del 1292 con vari significati, in primis per indicare ‘il credere, il fatto di essere creduto; attendibilità’: in questo senso si dà e si ha credito, ecc. In economia, invece, il credito indica ‘scambio tra un bene disponibile nel presente con un bene disponibile in futuro, in genere di valore superiore’.

debito

Si parla, spesso, anche di mercato, altra parola polisemica, cioè che possiede tanti significati differenti. Dal latino mercātu(m), da mercāri ‘mercare’ (1211: quasi tutte parole molto antiche, queste!), indica generalmente un ‘luogo destinato alla vendita di merci’, ma il suo significato specifico dell’economia è ‘movimento delle contrattazioni, operazioni al mercato’. Il mercato nero è il ‘mercato clandestino nel quale un prodotto, soggetto per legge a restrizioni di quantità o di prezzo, viene acquistato a prezzi più alti di quelli ufficiali’, mentre il nuovo mercato è il listino dei titoli tecnologici in Borsa (che si scrive con la maiuscola per indicare l’‘istituzione pubblica o privata in cui si svolge la compravendita di valori mobiliari o merci’). Mercato indica anche il ‘complesso degli scambi di tutti i prodotti in un determinato Paese o in una data area’, per cui si parla di economia di mercato, ‘sistema economico basato sulla libera concorrenza’, mercato interno o nazionale, ‘il complesso delle vendite di una merce o della totalità delle merci all’interno del Paese di produzione’, mercato estero, ‘il complesso delle vendite di un prodotto o della totalità dei prodotti di un Paese in un’altra nazione’, mercato internazionale, ‘il complesso degli scambi tra diverse nazioni dei vari prodotti’ e mercato mondiale, ‘il complesso di tutti gli scambi che avvengono nel mondo di un dato prodotto o della totalità dei prodotti’.

mercato

Rimanendo in ambito borsistico, uno dei pochi anglismi che incontriamo nel percorso di oggi è spread (pronuncia: /sprɛd/, in inglese /spræd/): letteralmente, in inglese, significa ‘ampiezza, diffusione, propagazione, estensione’, ma perfino ‘copriletto’ (!); in italiano lo usiamo specificamente nel significato borsistico di ‘scarto’, all’incirca dal 1981. Indica, in questo contesto, il ‘differenziale tra il prezzo minimo di vendita di un titolo e quello massimo offerto dal compratore’ e anche il ‘differenziale fra il tasso di rendimento di un’obbligazione emessa da uno Stato sovrano e quello di un’obbligazione emessa da un altro Stato sovrano preso a riferimento’. L’aumento dello spread di cui si sente spesso parlare in questi giorni si riferisce specificamente alla differenza di rendimento tra i titoli di stato italiani a dieci anni (i cosiddetti BTP, Buoni del Tesoro Poliennali) e i titoli pubblici tedeschi equivalenti. Il rendimento dato dai titoli di stato è un indicatore dello stato di salute dell’economia di un paese: più è solida, meno i titoli sono rischiosi, e di conseguenza offrono agli investitori rendimenti più bassi.

spread

Una sigla altrettanto usata oggi è PIL: sta per Prodotto Interno Lordo, è in circolazione dal 1980 e si riferisce al ‘valore monetario dell’insieme di beni e servizi prodotti in un anno nel territorio nazionale, al lordo degli ammortamenti dei beni durevoli e al netto del valore dei beni intermedi consumati nel medesimo periodo’: in parole povere, la ricchezza che una nazione riesce a produrre in un anno. Così si determina il benessere o malessere finanziario di un paese in un dato momento storico; in più, dividendo il PIL per il numero di abitanti di uno stato si calcola il reddito medio di ogni cittadino.

 PIL

Reddito, voce dotta dal latino rĕdditu(m), participio passato di rĕddere ‘restituire’, 1598, è l’‘entrata netta, espressa in moneta, che un individuo o un ente realizza in un dato intervallo di tempo tramite l’impiego di capitali, l’esercizio di un’attività economica o professionale, la prestazione di un servizio’. Da questo si ha la temuta (da molti) dichiarazione dei redditi. Il reddito nazionale è invece l’‘insieme dei beni e dei servizi prodotti da una collettività nazionale in un dato intervallo di tempo, al netto dei reimpieghi e del logorio prodottosi nel periodo considerato’, mentre il reddito pro capite è ‘la somma teoricamente disponibile per ogni singolo cittadino risultante dalla divisione del reddito nazionale per il numero dei cittadini’. Il tanto discusso reddito di cittadinanza indica l’‘erogazione di denaro corrisposta dallo Stato a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro condizione economica’.

reddito

Inquieta anche un termine latino usato in economia, ossia dèficit. Letteralmente ‘(esso) manca’, terza persona del presente indicativo di defĭcere ‘venir meno, mancare’, 1783, in contabilità indica l’eccedenza del passivo sull’attivo, per cui si parla di deficit della bilancia commerciale e di chiudere il bilancio in deficit; per estensione, si usa anche per ‘disavanzo, ammanco, perdita’. Il persistere di una situazione di deficit pubblico e di insolvenza (da insolvente, 1869), cioè ‘incapacità del debitore di adempiere gli obblighi assunti servendosi dei mezzi ordinari di pagamento’, può portare all’estrema conseguenza del default (/deˈfɔlt/, inglese /dɪˈfɔːlt/, voce inglese, propriamente ‘mancanza, assenza’, dal latino parlato defallīre attraverso il francese antico, 1991, nel significato di ‘inadempienza da parte di un debitore nell’onorare gli obblighi assunti’), reso spesso anche come fallimento dello stato.

deficit

Anche un po’ per esorcizzare questa prospettiva tutt’altro che rosea, concentriamoci piuttosto sul trovare spunti di crescita e sviluppo economico. Il primo termine, derivato del verbo crescere, dal latino crēscere, che ha la stessa radice di creāre ‘creare’ (secolo XII), sta per ‘sviluppo progressivo di un organismo naturale o di una sua parte’ ma, quando riferito al capitale, indica ‘aumento’; il secondo, da sviluppare (1598), ha il significato di ‘espansione, potenziamento, incremento’, così si può dare sviluppo a un’attività o favorire lo sviluppo di un’industria. Lo sviluppo economico è la ‘tendenza all’espansione di un sistema economico, e quindi all’incremento della produzione industriale e agricola e del reddito pro-capite’, mentre Paese in via di sviluppo è un eufemismo per riferirsi a una nazione ‘che si trova in una condizione di sottosviluppo’. Noi però dovremmo auspicare uno sviluppo sostenibile, cioè ‘compatibile con gli equilibri sociali e con la salvaguardia e la conservazione delle risorse ambientali’: in fondo, questo è l’unico pianeta che abbiamo a disposizione…