Nolan

Meredith Grey, la protagonista di un telefilm medico al quale sono (per alcuni inspiegabilmente) affezionata, Grey’s Anatomy, si definisce “dark and twisty”, oscura e tortuosa. Per l’esattezza, la sua battuta recita: “I go a little dark and twisty, but then I come back”: ‘divento un po’ oscura e tortuosa, ma poi torno’. Mi è tornata in mente la sua autodefinizione mentre mi accingevo a compilare un glossario in onore del regista, sceneggiatore e produttore cinematografico Christopher Nolan, o meglio, del suo compleanno, dato che è nato a Londra il 30 luglio 1970.  Se devo, infatti, pensare a una cifra stilistica, a un filo rosso che unisca tutti i suoi film, mi pare che possa essere proprio il fatto di essere “un po’ oscuro e tortuoso”, ma senza partire mai completamente per la tangente. Da fan del regista, apprezzo particolarmente il suo muoversi in una zona al confine tra la normalità e l’assurdo, cogliendo di sorpresa lo spettatore con particolari folli e surreali nascosti tra le pieghe di storie apparentemente possibili.

Un’altra caratteristica che ricorre in molti dei suoi film è la struttura non lineare della trama, con flashback (composto di flash ‘lampo’ e back ‘indietro’, 1959) ] “inserimento di scene che spezzano l’ordine cronologico del racconto per rievocare avvenimenti già trascorsi” e flashforward (dall’inglese ‘lampo (flash) in avanti (forward)’, sul modello dell’opposto, 1989) “inserimento di scene che spezzano l’ordine cronologico del racconto per mostrare avvenimenti futuri”, tanto per rimanere nell’ambito della tortuosità!

E quindi, caro Christopher Edward Nolan, come piccolo regalo di compleanno ecco che ti dedico un glossario con due parole per ogni tuo film, in ordine cronologico: auguri!

 

Following (1998): il lungometraggio d’esordio. La sua caratteristica principale, a parte la non-linearità della trama, è di essere stato girato in enorme economia: Nolan pagava la pellicola di tasca sua e quindi costringeva gli attori a provare molte volte le scene prima di girarle, in modo da ottimizzare le spese. Un oggetto che riveste grande importanza nel film è un martèllo: il termine, risalente al secolo XIII, deriva dal latino tardo martĕllu(m), diminutivo di mărtulus, a sua volta diminutivo di mărcus. Un’altra caratteristica è che i protagonisti non hanno quasi mai un nome, ma sono definiti con delle etichette generiche: Il Giovane, La Bionda, Il Poliziotto, L’Uomo Calvo. Questo aumenta il senso di straniaménto (dal latino tardo extraneāre, da extrāneus ‘estraneo’, av. 1257), “nel teatro e nel cinema, senso di distacco dello spettatore nei confronti della vicenda rappresentata, provocato da un autore o da un attore mediante varie tecniche”.

Memento (2000): film epocale, girato – e montato – tenendo conto dell’amnesìa anterògrada “perdita della memoria di eventi posteriori al trauma causale o all’inizio del disturbo” che affligge il protagonista. Amnesìa deriva dal francese amnésie, dal greco amnēsía, composto di a- e -mnesía, da mnêsis ‘ricordo’, 1819. Per dare l’idea di ciò che avviene nella mente del protagonista, il film è montato a spezzoni di 15 minuti, in ordine cronologicamente inverso. Vedere per credere. E alla centralità della memoria fa riferimento il titolo del film: memènto, in latino propriamente ‘ricòrdati’, imperativo di meminĭsse ‘ricordarsi’ (1420) che in molte lingue, tra le quali l’italiano, è usato con il senso di “ammonizione da non dimenticare”.

memento

Insomnia (2002): partiamo proprio dal titolo; abbiamo di nuovo un termine latino, che corrisponde all’italiano insònnia, dal latino insŏmnis ‘insonne’, 1832. Indica “impossibilità o difficoltà a prendere sonno oppure a dormire a sufficienza o in modo soddisfacente”; e come chiunque abbia sofferto di insonnia può testimoniare, l’insufficienza crònica (ossia persistente, radicata, da chrŏnicu(m), dal greco chronikós, da chrónos ‘tempo’, 1561) di sonno non può che portare a problemi di lucidità del pensiero.

Batman Begins (2005), Il cavaliere oscuro (2008) e Il cavaliere oscuro – Il ritorno (2012): sono i tre, amatissimi film della cupa trilogia dedicata a Batman, decisamente diversi da ciò che una persona si potrebbe aspettare da lungometraggi su un supereroe. Nolan, infatti, fedele al suo pensiero e alla sua linea cinematografica, fa risaltare molto i lati meno eroici, più umani e più “rotti” del protagonista Bruce Wayne, indugiando sul suo perenne conflìtto (dal latino conflīctu(m), da conflīgere ‘combattere’, 1363) interiore. Direi che l’altra parola centrale alla trilogia è proprio pipistrèllo, anticamente anche vispistrello, vipistrello, vilpistrello, vespritello, e vespistrello: deriva dal latino vespertīlio, nominativo singolare da vĕsper ‘sera’, chiamato così perché è un animale notturno (1300 ca.).

The prestige (2006): storia di due prestigiatori, uno altolocato e uno “del popolo”, che cercano di rubarsi i trucchi migliori a vicenda. Ma poiché siamo in un film di Nolan, ecco che compare, più che un deus ex machina, un dio dei macchinari, che risponde al nome di Nikola Tesla. Interpretato da un fascinosissimo David Bowie (che per me vale da solo la visione dell’opera), ecco che introduce, nel racconto, un elemento “nolaniano”: una macchina per il teletrasporto che forse, invece di fare il suo dovere, ha altri effetti decisamente più inquietanti. Recita il monologo che apre – e chiude – la pellicola:

«Ogni numero di magia è composto da tre parti o atti. La prima parte è chiamata “La Promessa”. L’illusionista vi mostra qualcosa di ordinario: un mazzo di carte, un uccellino, o un uomo. Vi mostra questo oggetto. Magari vi chiede di ispezionarlo, di controllare se sia davvero reale, sia inalterato, normale. Ma ovviamente… è probabile che non lo sia. Il secondo atto è chiamato “La Svolta”. L’illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ma ancora non applaudite. Perché far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ora voi state cercando il segreto… ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati. Per questo ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo “Il Prestigio”».

Già, perché prestìgio (dal latino tardo praestīgiu(m), per il classico praestīgiae, nominativo plurale  ‘illusione, inganno, gherminella’, da praestrĭngere ‘stringere forte, abbagliare, offuscare’, composto di prae– ‘pre-’ e strĭngere ‘stringere’, 1354) ha due significati: quello di “grande autorevolezza, alta considerazione e rispetto acquisiti in base ai propri meriti, alla condizione sociale, e simili” e quello, più letterario di “illusione, inganno”; e a questo secondo significato fa riferimento il titolo del film. E un altro termine di grande rilevanza per la pellicola è sòsia: dal francese sosie, latino Sōsia(m), dal greco Sōsías, nome di schiavo assai frequente nella commedia antica, servo di Anfitrione nell’omonima commedia di Plauto (254 ca.-184 a.C.) e Molière (1622-1673), 1848), si dice di “persona che somiglia tanto a un’altra da poter essere scambiata per essa”. O dovremmo piuttosto parlare, pensando alla trama del film, di alter ego o, addirittura, di cloni?

Sosia

Inception (2010): lo ammetto, è uno dei miei film preferiti di Nolan. Ha il giusto grado di folle plausibilità mista a un costante senso di inquietudine, quasi di smarginatura rispetto al reale (tanto per usare un termine caro a Elena Ferrante). Il protagonista è un estrattore di segreti dalla mente delle persone; lo fa entrando nei loro sogni mentre dormono. Ma non esiste un solo livello onìrico (dal greco óneiros ‘sogno’, 1899): ne esistono vari, uno dentro l’altro, come delle scàtole cinesi, “serie di scatole di misura decrescente, che si possono inserire una dentro l’altra” e figurativamente “sottile e raffinato gioco a incastro”. Tutti ricordano senz’altro l’immagine della trottola, ricorrente per tutto il film, che ha un ruolo importantissimo nella trama.

onirico

Interstellar (2014): i film di fantascienza belli scarseggiano; Interstellar è intenso, poetico, travolgente, ovviamente non lineare (a questo punto, dubito che Nolan farebbe mai un film lineare!). Il film segue le gesta di un gruppo di astronauti che viaggiano attraverso un wormhole cercando un pianeta abitabile per l’umanità. Questo termine, letteralmente “buco del verme”, può essere reso, in italiano, come buco o tunnel spaziotemporale e si tratta, in sostanza, di una sorta di “scorciatoia” per passare da un punto a un altro dell’universo. Altra parola chiave della pellicola è sicuramente paradòsso: dal greco parádoxon, neutro sostantivato di parádoxos ‘contrario alla comune opinione, all’aspettativa’, composto di para– ‘para-’ e dóxa ‘opinione’, significa “argomentazione, in apparenza logicamente corretta, che deduce conclusioni contraddittorie o in contrasto con l’esperienza comune da premesse plausibili” e, per estensione, “affermazione che appare incredibile, assurda”.

Dunkirk (2017): dalle stelle alla… Seconda Guerra Mondiale; il film narra l’evacuazione di Dunkerque nel maggio del 1940 lungo tre linee narrative, ognuna ambientata in un determinato luogo e tempo: la prima parte da terra e copre una settimana; la seconda si svolge in mare e dura un giorno; la terza ha luogo nei cieli e ha la durata di un’ora. Ovviamente, ancora una volta, le tre linee si intrecciano in maniera non lineare. Un film coràle (dal latino chŏru(m), dal greco chorós, av. 1284), cioè senza un vero protagonista, che segue la struttura del trìttico (dal greco triptykós, propriamente ‘che si piega in tre’,  av. 1793), ovvero “opera letteraria, teatrale o musicale in tre parti, o complesso di tre opere compiute e autonome ma collegate l’una all’altra da nessi d’ordine logico, temporale, ambientale o d’altro genere”.

Tenet (2020): film attesissimo, la cui uscita è stata più volte rimandata a causa della pandemia da COVID-19. Sappiamo poco, della trama, se non che è un thriller, (da to thrill ‘emozionare, far rabbrividire’, 1957), “testo narrativo, spettacolo teatrale, cinematografico o televisivo dall’intreccio particolarmente avvincente e in grado di produrre negli spettatori tensione, ansia, paura”, che il protagonista è impegnato a cercare di evitare lo scoppio della Terza Guerra Mondiale e che la pellicola racconta una vicenda di spionaggio e di viaggi nel tempo. Nulla di strano, dunque, conoscendo Nolan. Il titolo, Tenet, probabilmente fa riferimento al termine centrale della famosa iscrizione latina palìndroma (dal greco palíndromos ‘che corre indietro, ritorna’, comp. di palin– e drómos ‘corsa’, 1695), ossia che si legge sia da sinistra a destra che da destra a sinistra, sator arepo tenet opera rotas, conosciuta anche come quadrato magico del Sator; in inglese, il termine tenet viene usato per significare “principle, opinion, or dogma maintained as true by a person, sect, school, etc.”, cioè ‘principio, opinione o dogma dato come vero da una persona, setta, scuola, ecc.’. In inglese è un latinismo che, peculiarmente, non è in uso in italiano.

Palindromo

A questo punto, non ci resta che aspettare l’arrivo di Tenet nelle sale. E per il momento auguri, caro Chris!