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“Se dovessi andare su un’isola deserta in esilio e potessi portare un solo libro, quale sceglieresti?”

Questa è una domanda piuttosto ricorrente, nelle interviste e alle conferenze. Di questi tempi, la possiamo aggiornare pensando alle migliaia di persone che sono in (auto-)quarantena a causa della diffusione del coronavirus. E dunque, in questi strani giorni di sospensione, dovendo scegliere un solo volume, cosa vi terreste accanto al letto?

Ci ho riflettuto a lungo, scorrendo mentalmente lo scaffale dei miei autori preferiti: Neil Gaiman, J.R.R. Tolkien, Murakami Haruki, William Gibson, Neal Stephenson, Amy Tan, Italo Calvino, Giovanni Guareschi, Aldous Huxley, per citare solamente i primi che mi sono venuti in mente. E nonostante io abbia riletto decine di volte alcuni dei loro libri (per esempio, Il signore degli anelli o Norwegian wood), non sono riuscita a scegliere un’opera tale da convincermi a privarmi di tutte le altre.

Poi, in questi giorni, ho trovato la risposta: il libro che mi tengo appresso è un vocabolario. Ovviamente, nel frattempo leggo anche altro; ma il vocabolario, non solo aperto all’occorrenza, ma sfogliato un po’ a caso, talvolta in preda a una curiosità improvvisa, altre volte semplicemente alla ricerca di qualche “chicca”, è sempre accanto a me, con la sua rassicurante mole.

Perché scelgo proprio il vocabolario? Potrei dare una risposta spiritosa: perché nessun altro libro contiene una simile varietà di parole! Per fare un esempio, nello Zingarelli 2020 trovano posto circa 145.000 lemmi (che non sono tutte le parole della nostra lingua, ma solo la parte più usata, più stabile, più visibile).

Una persona linguisticamente normodotata, all’uscita dal ciclo delle scuole superiori, ne conosce tra le 15.000 e le 30.000 e ne usa molte meno; questo significa che nessuno possiede tutte le parole dell’italiano, nemmeno la persona più colta d’Italia. E significa anche che per tutta la vita potremo ricevere stimoli dalla lettura di un dizionario. Tanto più durante una quarantena, dove il rischio di annoiarsi è sicuramente superiore alla media…

A parte le battute, avete mai pensato di leggere il dizionario? Leggerlo davvero, non solo consultarlo più o meno sbrigativamente all’occorrenza. Non è solo la lista delle parole in uso in una lingua, ma offre mille direzioni esplorative: è insieme database e testo. Intanto, a partire da un termine qualsiasi possiamo scoprirne i sinonimi (ossia le parole di significato affine, ma raramente identico) oppure i contrari; possiamo andare a caccia di omografi (ossia scoprire come mai lemmi diversi si scrivono – e spesso si pronunciano – esattamente allo stesso modo, pur avendo origini diverse); possiamo studiare le etimologie, dato che la storia delle parole ci insegna molto sul loro significato e spesso riserva sorprese davvero interessanti. Già, perché se è pur vero che per approfondire le questioni etimologiche è meglio mettere mano a un dizionario etimologico, alcune informazioni riguardanti l’etimologia, per quanto sintetiche, sono presenti anche in un dizionario dell’uso. Ad esempio: così ho riscoperto che virus in latino significava “umore viscoso, veleno” e che la prima attestazione della parola in italiano risale al 1801.

In questi giorni in cui tutti parliamo più del solito di questioni mediche, stavo riflettendo sul fatto che in ambito medico negativo e positivo sembrano avere un significato opposto al senso comune: un esito negativo di un esame diagnostico (analisi, tampone, ecc.) è un responso diagnostico favorevole al paziente, laddove una risposta positiva indica l’esistenza di un problema. Scorrendo la pagina nella quale si trova negativo, mi imbatto in negazione, che invece non ha significati particolarmente devianti da quelli che ci aspettiamo (“atto del negare” e simili); ma in fondo al lemma ho trovato una delle 964 schede di sfumature di significato dello Zingarelli che si concentrano, spiegandoli meglio, su termini dal significato simile ma non uguale, spesso impiegati in maniera intercambiabile senza riflettere fino in fondo sulle loro differenze. La scheda di sfumature del lemma negazione ci chiarisce, per esempio, quanto segue:

 

Negazione-diniego-ripulsa

Negazione è il rispondere di no, il non concedere, il non permettere, oppure il dichiarare non vera una cosa. Diniego ha gli stessi significati, ma è di uso più elevato. Anche in ripulsa è implicita l’idea di rifiuto, ma vi si aggiunge un sentimento di avversione, di rigetto.

 

Tra le sfumature di significato ulteriori rispetto a questa scheda è citato anche smentita. Questo mi incuriosisce, per cui vado a leggerne la definizione: sorpresa, anche qui trovo una scheda di sfumature!

 

Smentita-negazione

La smentita è in genere una dichiarazione ufficiale che nega la veridicità di affermazioni attribuite pubblicamente a un personaggio autorevole. Rispetto al precedente, negazione è il dir di no, riguarda qualsiasi espressione di rifiuto, di disaccordo e ha un ambito d’uso molto più ampio.

 

Mi sono involontariamente infilata in un tunnel negativo! Ma non dura molto: mia figlia Eva, dodici anni, forse anche lei un po’ afflitta dalla sospensione della frequenza scolastica, fa una cosa insolita: mi invita a sfogliare con lei un vecchio album di foto di quando era neonata. E poi di colpo mi chiede: “Da dove viene la parola memoria?”. Le do il dizionario e lei scopre che deriva dal latino memoria, a sua volta da memor “memore”. Ma poi, in fondo alla definizione, Eva scopre la Definizione d’autore scritta da uno dei suoi divulgatori preferiti, lo storico Alessandro Barbero:

Conservare ed esibire la memoria può essere un atto di pietas, una rivendicazione di identità, una sfida; è un diritto, ma come ogni diritto va usato con saggezza, perché può alimentare conflitti. La memoria è il contrario della storia. La storia analizza i fatti da tutti i punti di vista, e in modo critico: è fatta per essere condivisa da tutti. La memoria è sempre la memoria di qualcuno: di una persona, di una famiglia, di una comunità, di un popolo – e non degli altri. Perciò il richiamo, così frequente, alla costruzione di una memoria condivisa è illusorio: solo la storia può essere condivisa, la memoria è sempre e solo nostra.

Finito di leggere, l’attenzione di mia figlia è già altrove: ha notato che sulla stessa pagina, accanto al termine memore (“che conserva il ricordo e non si dimentica di qualcosa”), è disegnato un “fiorellino”, e mi chiede lumi. È una delle 3126 Parole da salvare segnalate dallo Zingarelli: sono termini ed espressioni, molte di queste latine (come ab aeterno), che oggi, per vari motivi, usiamo meno di una volta e mostrano quindi una tendenza a scomparire. Durante l’autunno del 2019, queste parole sono anche state portate in tournée per alcuni mesi in molte città d’Italia con un totem-vocabolario gigante, che io ho sempre chiamato “lo Zingarellone”, per permettere a tutti di conoscerle e di adottarne una: adamantino, indefesso e rutilante sono tra le mie preferite.

Insomma, se si ha un po’ di curiosità, il dizionario davvero è fonte inesauribile di scoperte piacevoli e di acculturamento. Io, talvolta, lo uso proprio come passatempo. E probabilmente riuscirei ad andarci avanti un bel po’, durante questo periodo di tranquillità forzata… Per esempio, sapevate che la prima attestazione di apericena risale al 2002, e che quindi nel 2020 il termine è diventato maggiorenne? E sapevate che è registrato sia come maschile che come femminile? E ancora: possiamo scoprire che il termine poliamore è entrato quest’anno nel lemmario assieme a ramen, bralette e pinsa, o che perplimere è una retroformazione da perplesso e che suo “papà” è nientepopodimeno che Corrado Guzzanti.

Ma… dov’è finita la mia copia del vocabolario? Incredibile ma vero, me l’ha requisita mia figlia, che la sta sfogliando con concentrazione: lei, che normalmente non ama troppo la carta stampata, appare completamente risucchiata dal volumone. Ma tu guarda un po’.